L’autorizzazione Integrata Ambientale non è l’applicazione asettica di un insieme di tecniche e di relative “prestazioni ambientali” ma piuttosto il risultato di un percorso di analisi volto ad individuare l’assetto impiantistico e produttivo che combina assieme i tre elementi cardine dell’IPPC: controllo combinato delle emissioni aria-acqua-suolo, riferimento a standard tecnologici e gestionali di settore, valutazioni delle condizioni locali.

Attori principali sono fondamentalmente le amministrazioni che avranno il compito di rilasciare le autorizzazioni, i gestori che le richiedono e la comunità locale destinataria indiretta delle scelte delle pubblica amministrazione che dovrà provvedere al contemperamento degli interessi di cui tali attori si fanno portatori all’interno del provvedimento complesso.
Ricorso al TAR Palermo di Cittadini di Isola delle Femmine per annullamento decreto n 693 della Regione Sicilia a favore della Italcementi

Conferenze: 31 Luglio 2007-21 Novembre 2007-31 gennaio 2008-20 febbraio 2008-19 marzo 2008

Cambiamo Aria


Il Piano regionale per la qualità dell'aria presentato dalla regione Sicilia nel 2007 somiglia stranamente a quello del Veneto. Semplice coincidenza?

E' da un pò che in Sicilia non si respira più la stessa aria. Da Palermo a Gela, da Catania a Caltanisetta ci sono segnali di cambiamento che vengono dalla società civile, dai commercianti, dagli industriali che si ribellano contro la mafia e il pizzo. Anche la burocrazia regionale se n'è accorta. Per questo nel "Piano Regionale di Coordinamento per la tutela della qualità dell'aria", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, sono state introdotte importanti novità. Ora siamo più europei e lo conferma il rigido clima dell'isola. In più abbiamo un "bacino aerologico padano" e "piste ciclabili lungo gli argini dei fiummi e dei canali" presenti nei centri storici dei comuni siciliani. A leggere il piano in questione si può fare a meno anche dell'autonomia, dato che anche il Parlamento , l'Assemblea Regionale, è diventato un normale Consiglio regionale come quello del Veneto.

Un bel sogno che è stato interrotto da quei materialisti di Legambiente che hanno rilevato come il Piano sia, per usare un eufemismo, troppo simile a quello del Veneto. E dire che porta la firma di ben nove eccellenti autori: dirigenti dell'Assessorato e professori universitari, L'Assessore all'Ambiente Rossana Interlandi, dice che nel caso in cui errori vi siano stati, questi devono essere accertati, e comunque questo non legittima nessuno a parlare di plagio. L'Assessore ha ragione, in primo luogo perchè ispirarsi a un piano esistente conferma la teoria che riciclare conviene. E poi, non è che i piani regionali sono tutelati da diritto d'autore, senno dovrebbero riconoscere anche i diritti Siae ai dirigenti e consulenti che li preparano, Quidi è giusto che nessuno dei responsabili di questo piano cambi aria. In fondo la Regione non è mica il Palermo Calcio, che dopo una partita persa 5 a 0 con la Juve esonera l'allenatore. Bisogna prima accertarsi di non aver perso la partita.

Se intanto il camponato finisce, pazienza.

Gianpiero Caldarella Sdisonorata Società Navarra editore
Piano Regione Sicilia Qualità e Tutella dell'Aria

lunedì 30 marzo 2015

▶ Presa Diretta - RAI 3 - del 08-MAR-2015 - Rifiuti - Video Dailymotion

Presa Diretta - RAI 3 - del 08-MAR-2015 - Rifiuti di daviluciano

Patti (Me): Sentenza del processo sul rogo all'agriturismo "Rifugio del falco"

SENTENZA N. 37 DEL 25-02-2015 DELLA CORTE COSTITUZIONALE (depositata il 17/03/2015 e pubblicata in G.U. n. 12 del 25/03/2015)

Sentenza  37/2015
GiudizioGIUDIZIO DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA INCIDENTALE
Presidente CRISCUOLO - Redattore ZANON
Udienza Pubblica del 24/02/2015    Decisione  del 25/02/2015
Deposito del 17/03/2015   Pubblicazione in G. U. 25/03/2015  n. 12
Norme impugnate:Art. 8, c. 24°, del decreto legge 02/03/2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, c. 1°, della legge 26/04/2012, n. 44.
Massime:
Atti decisi:ord. 9/2014


SENTENZA N. 37
ANNO 2015

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Alessandro CRISCUOLO; Giudici : Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON,

ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44, promosso dal Consiglio di Stato, sezione quarta giurisdizionale, nei procedimenti riuniti vertenti tra l’Agenzia delle entrate e Dirpubblica − Federazione del Pubblico Impiego (già Dirpubblica − Federazione dei funzionari, delle elevate professionalità, dei professionisti e dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni e delle Agenzie) ed altri, con ordinanza del 26 novembre 2013, iscritta al n. 9 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell’anno 2014.
Visti l’atto di costituzione di Dirpubblica, nonchè gli atti di intervento del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) e del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 24 febbraio 2015 il Giudice relatore Nicolò Zanon;
uditi gli avvocati Gino Giuliano per il Codacons, Carmine Medici per Dirpubblica e l’avvocato dello Stato Fabrizio Fedeli per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto
1.− Con ordinanza del 26 novembre 2013 (r.o. n. 9 del 2014), il Consiglio di Stato, sezione quarta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione, questione di legittimità dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44.
La disposizione impugnata, fatti salvi i limiti previsti dalla legislazione vigente per le assunzioni nel pubblico impiego, autorizza l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio ad espletare procedure concorsuali, da completare entro il 31 dicembre 2013, per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, secondo le modalità di cui all’art. 1, comma 530, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato − legge finanziaria 2007), e all’art. 2, comma 2, secondo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248. Tale autorizzazione è posta in relazione «all’esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità operativa delle proprie strutture, volta a garantire una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione», disposte da altri commi dello stesso art. 8 del d.l. n. 16 del 2012, come convertito.
La disposizione prevede, inoltre, che «[n]elle more dell’espletamento di dette procedure l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio, salvi gli incarichi già affidati, potranno attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso». Dopo aver stabilito che gli incarichi in questione sono attribuiti «con apposita procedura selettiva applicando l’articolo 19, comma 1-bis, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165», e che «[a]i funzionari cui è conferito l’incarico compete lo stesso trattamento economico dei dirigenti», la norma precisa che «[a] seguito dell’assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma, l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 19, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165». I periodi finali indicano le modalità attraverso le quali si provvede agli oneri finanziari derivanti dall’attuazione delle misure ricordate.
2.− La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata nel corso di un giudizio riunito avente ad oggetto tre ricorsi in appello, proposti dall’Agenzia delle entrate, per la riforma di altrettante sentenze del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. Era stata tra l’altro affermata, mediante uno dei provvedimenti impugnati, l’illegittimità della delibera n. 55 del 22 dicembre 2009, assunta dal Comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate, di proroga al 31 dicembre 2010 dei termini contenuti nell’art. 24 del regolamento di amministrazione della stessa Agenzia. Quest’ultima disposizione prevede, per inderogabili esigenze di funzionamento dell’Agenzia, ed entro un termine più volte prorogato, che le eventuali vacanze sopravvenute nelle posizioni dirigenziali possano essere provvisoriamente coperte, previo interpello e salva l’urgenza, con contratti individuali di lavoro a termine stipulati con funzionari interni, ai quali va attribuito lo stesso trattamento economico dei dirigenti.
Il TAR del Lazio, in sintesi, aveva ritenuto che la norma regolamentare attuasse un conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti privi della relativa qualifica, in palese violazione degli artt. 19 e 52, comma 5, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche). Di qui l’annullamento della delibera impugnata.
Nelle more del procedimento d’appello, è entrato in vigore l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, cioè la norma censurata nel presente giudizio, che opera una sorta di trasposizione in legge di quanto previsto nel ricordato art. 24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle entrate.
Il Consiglio di Stato, respinte questioni pregiudiziali di diritto e preliminari di merito, con separata ordinanza del 26 novembre 2013, ha quindi rimesso alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale del citato art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost.
3.− Il giudice rimettente, in punto di rilevanza, osserva che la disposizione censurata, ponendosi «quale factum principis sopravvenuto», determinerebbe la declaratoria di improcedibilità dei ricorsi in appello per sopravvenuto difetto di interesse alla decisione. Consentendo che, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali, le Agenzie delle dogane, delle entrate e del territorio, fatti salvi gli incarichi già affidati, possano attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari privi della corrispondente qualifica, con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso, essa determinerebbe infatti la “salvezza” del provvedimento impugnato nel giudizio a quo, cioè la delibera del Comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate con la quale è stato modificato l’art. 24 del regolamento di amministrazione.
4.− Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente, in primo luogo, ritiene che la norma censurata contrasti con gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto, consentendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, aggirerebbe la regola costituzionale di accesso ai pubblici uffici mediante concorso.
Si assume in sintesi, anche mediante richiami alla giurisprudenza costituzionale (ex plurimis, sentenza n. 205 del 2004), che nel concorso pubblico va riconosciuta «la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, in quanto meccanismo strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione». La forma concorsuale esige – secondo il rimettente – che non siano introdotte arbitrarie ed irragionevoli restrizioni nell’ambito dei soggetti legittimati alla partecipazione, ed in particolare che, pur non essendo preclusa la previsione per legge di condizioni di accesso intese a favorire il consolidamento di pregresse esperienze lavorative maturate all’interno di un’amministrazione, non sia dato luogo, salvo circostanze eccezionali, a riserva integrale dei posti disponibili in favore del personale interno, né a scivolamenti automatici verso posizioni superiori, senza concorso o comunque senza adeguate verifiche attitudinali. Inoltre, il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporterebbe l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate e sarebbe esso stesso soggetto, pertanto, quale forma di reclutamento, alla regola del pubblico concorso (è citata la sentenza di questa Corte n. 194 del 2002).
A fronte di questi principi, la norma impugnata consentirebbe invece a funzionari privi della relativa qualifica, di essere destinatari, senza aver superato un pubblico concorso, di incarichi dirigenziali, quindi di accedere allo svolgimento di mansioni proprie di un’area e di una qualifica afferente ad un ruolo diverso nell’ambito dell’amministrazione.
In secondo luogo, il giudice rimettente assume che l’elusione della regola del pubblico concorso determinerebbe un vulnus al principio del buon andamento della pubblica amministrazione, con conseguente lesione, sotto questo profilo, degli artt. 3 e 97 Cost.: infatti, rappresentando il concorso la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, esso costituisce un meccanismo strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione e, dunque, attuativo del principio del buon andamento.
In terzo luogo, è prospettata una violazione degli artt. 3 e 97, primo comma, Cost., in relazione ai principi di legalità, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa, poiché, permettendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, la norma censurata consentirebbe la preposizione ad organi amministrativi di soggetti privi dei requisiti necessari, determinando una diminuzione delle garanzie dei cittadini che confidano in una amministrazione competente, imparziale ed efficiente.
Infine, secondo il giudice a quo, la disposizione censurata si porrebbe in contrasto con gli artt. 3 e 51 Cost., in quanto consentirebbe l’accesso all’ufficio di dirigente in violazione delle condizioni di uguaglianza tra i cittadini che aspirano ad accedere ai pubblici uffici e in violazione dei requisiti stabiliti dalla legge per il conferimento degli incarichi dirigenziali, posto che l’art. 19 del d.lgs. n. 165 del 2001 prevederebbe un ben diverso procedimento per il conferimento degli incarichi dirigenziali.
5.− Con atto depositato in data 4 marzo 2014 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata.
Secondo l’Avvocatura generale, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, non legittima le censure prospettate dal rimettente, in quanto norma a carattere assolutamente temporaneo ed eccezionale, introdotta al solo fine di garantire, nelle more dell’espletamento del concorso, il buon andamento degli uffici dell’Agenzia delle entrate. In particolare, la disposizione non consentirebbe uno scivolamento automatico nella qualifica dirigenziale dei funzionari dell’Agenzia inquadrati nella terza area funzionale, ma si limiterebbe ad attribuire a costoro mansioni dirigenziali, per il solo tempo necessario allo svolgimento del concorso. Si ricorda dalla stessa Avvocatura generale come questa Corte, con la sentenza n. 212 del 2012, abbia dichiarato l’infondatezza di una questione di legittimità costituzionale relativa ad una disposizione di legge (regionale) di contenuto asseritamente analogo a quella ora impugnata.
Ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, l’eccezionalità e la temporaneità della previsione contenuta nella disposizione censurata sarebbero dimostrate anche dal fatto che l’Agenzia delle entrate ha dato effettivamente avvio a procedure concorsuali per il reclutamento di personale dirigente, attualmente in corso.
Quanto alla dedotta diminuzione delle garanzie per i cittadini, in ragione della presunta elusione della regola del concorso, l’Avvocatura generale osserva che la disposizione censurata è semmai volta ad evitare conseguenze pregiudizievoli nei riguardi delle finanze pubbliche e della collettività, che si verificherebbero qualora gli uffici delle Agenzie rimanessero privi di un responsabile.
Infine si rileva come, nelle more del presente giudizio, l’art. 8, comma 24, primo periodo, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, sia stato modificato dall’art. 1, comma 14, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15, che proroga al 31 dicembre 2014 il termine «per il completamento delle procedure concorsuali» e stabilisce che nelle more possono essere prorogati solo gli incarichi già attribuiti ai sensi del secondo periodo del medesimo comma 24 dell’art. 8 del d.l. n. 16 del 2012, come convertito. Secondo l’Avvocatura generale, la disposizione da ultimo richiamata non farebbe altro che confermare la volontà di garantire, da un lato, l’efficiente organizzazione degli uffici dell’Agenzia, e, dall’altro, la copertura delle vacanze organiche nel rispetto del principio generale del pubblico concorso.
6.− Nel giudizio innanzi alla Corte, con atto depositato il 4 marzo 2014, si è costituita Dirpubblica − Federazione del Pubblico Impiego, parte nel procedimento a quo, chiedendo, in primo luogo, l’accoglimento della questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost. A tal fine, richiamati adesivamente gli argomenti del rimettente, la parte ricorda come la giurisprudenza consideri illegittimo, distinguendolo dalla reggenza, lo svolgimento di mansioni dirigenziali da parte di un funzionario, al fine di porre in evidenza che la norma censurata avrebbe fatto “salva”, perpetuandola, una prassi contra legem, impedendo la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti attraverso procedure concorsuali.
In secondo luogo, Dirpubblica chiede che sia dichiarata l’illegittimità costituzionale in via consequenziale dell’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, come convertito, entrato in vigore nelle more del presente giudizio di costituzionalità, in relazione agli artt. 3, 51 e 97 Cost. Assume, in proposito, che tale disposizione incorrerebbe nelle medesime censure già evidenziate con riguardo all’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, in quanto proroga di un anno il termine per il completamento di procedure concorsuali – per altro, a far data dall’entrata in vigore del richiamato d.l. n. 150 del 2013, non ancora avviate – e, nel frattempo, consente di prorogare o modificare gli incarichi dirigenziali già attribuiti ai sensi dell’art. 8, comma 24, secondo periodo, del d.l. n. 16 del 2012.
In terzo luogo, eccepisce l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, come convertito, anche per violazione degli artt. 3, 24, 97, 101, 111, 113 e 117 Cost., nonché dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (CEDU), ritenendo che la disposizione sarebbe stata adottata al fine di risolvere ex auctoritate legis una controversia pendente dinnanzi al giudice amministrativo, con ciò pregiudicando il principio di parità delle armi e il diritto di difesa e incidendo sull’esercizio della funzione giurisdizionale.
Infine, chiede che la Corte costituzionale sollevi di fronte a se stessa questione di legittimità costituzionale della legge n. 15 del 2014, nella parte in cui ha modificato l’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, in riferimento agli artt. 64, primo comma, e 81, terzo comma, Cost., allegando che nel procedimento di conversione sarebbero stati violati gli artt. 40, comma 2, e 102-bis, comma 1, del Regolamento del Senato della Repubblica.
7.− Con atto depositato in data 3 marzo 2014, è intervenuto in giudizio il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori), chiedendo, in adesione alle argomentazioni del rimettente Consiglio di Stato, l’accoglimento della questione di legittimità costituzionale.
In ordine all’ammissibilità del proprio intervento, osserva che l’Associazione, per espressa previsione statutaria, «[t]utela il diritto alla trasparenza, alla corretta gestione e al buon andamento delle pubbliche amministrazioni». Rileva, inoltre, di aver spiegato intervento ad opponendum nel giudizio a quo, notificato in data 18 febbraio 2014 e depositato in data 20 febbraio 2014.
8.− Nell’imminenza dell’udienza pubblica, in data 3 febbraio 2015, ha depositato ulteriore memoria l’Avvocatura generale dello Stato. Oltre a ribadire le argomentazioni già illustrate, eccepisce l’inammissibilità delle censure sollevate da Dirpubblica sull’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, in relazione a tutti i parametri non evocati nell’ordinanza di rimessione.
9.− Dirpubblica, in data 3 febbraio 2015, ha depositato a sua volta una memoria in cui, dopo aver illustrato le vicende successive alla proposizione della questione di costituzionalità, ribadisce la richiesta di accoglimento della questione sollevata e di estensione della dichiarazione d’incostituzionalità, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), all’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, come convertito, sia in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost., già evocati nella memoria depositata in data 4 marzo 2014, sia in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 101, 111, 113 e 117 Cost., quest’ultimo in relazione alla norma interposta di cui all’art. 6, paragrafo 1, della CEDU.
Chiede, inoltre, che la dichiarazione di illegittimità costituzionale consequenziale sia estesa, per gli stessi motivi, all’art. 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative).
10.− In data 2 febbraio 2015, ha depositato memoria il Codacons, insistendo sia per la propria legittimazione ad intervenire in giudizio, sia per l’accoglimento della questione.

Considerato in diritto
1.− Il Consiglio di Stato, sezione quarta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione, questione di legittimità dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44.
La disposizione censurata, in relazione alla «esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità» delle strutture delle Agenzie delle dogane, delle entrate e del territorio, e per «garantire una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione» contenute in altri commi dello stesso art. 8 del d.l. n.16 del 2012, come convertito, autorizza le Agenzie ricordate ad espletare procedure concorsuali, da completarsi entro il 31 dicembre 2013, per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, attraverso il richiamo alla disciplina contenuta nell’art. 1, comma 530, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato − legge finanziaria 2007), e nell’art. 2, comma 2, secondo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248.
In questo contesto, la disposizione censurata aggiunge una specifica previsione, che costituisce l’effettivo oggetto delle censure del giudice a quo, e che opera in due distinte direzioni: fa salvi, per il passato, gli incarichi dirigenziali già affidati dalle Agenzie in parola a propri funzionari, e consente, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali prima richiamate, di attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari, mediante la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso. Questi incarichi sono attribuiti, afferma la disposizione censurata, con «apposita procedura selettiva», applicandosi l’art. 19, comma 1-bis, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche). Dopo aver precisato che ai funzionari cui è conferito l’incarico compete lo stesso trattamento economico dei dirigenti, la disposizione in questione conclude che le Agenzie ricordate non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali, secondo le modalità appena descritte e fatto salvo quanto previsto dall’art. 19, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001, dal momento della «assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma».
1.1.− Il giudice a quo è investito, tra l’altro, dell’impugnazione di una sentenza di annullamento della delibera del Comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate (n. 55 del 22 dicembre 2009), con la quale è stato modificato l’art. 24 del regolamento di amministrazione della stessa Agenzia. Tale ultima norma, regolando la «copertura provvisoria di posizioni dirigenziali», consente la stipulazione di contratti a termine con i funzionari interni, fino all’attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza e comunque non oltre una scadenza che – al momento dell’impugnativa – era fissata al 31 dicembre 2010. Il giudice rimettente pone in evidenza come la norma censurata – entrata in vigore nelle more del giudizio principale – operi una trasposizione in legge di quanto stabilito nella disposizione regolamentare cui si riferisce l’impugnativa, e condizioni dunque l’esito del giudizio a quo, ponendosi «quale factum principis sopravvenuto», che determinerebbe una declaratoria di improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse alla decisione.
1.2.− Ad avviso del giudice a quo, consentendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, aggirerebbe la regola costituzionale di accesso ai pubblici uffici mediante concorso, in violazione degli artt. 3 e 97 Cost. Viene, a tal proposito, richiamata la giurisprudenza costituzionale che riconosce nel concorso pubblico la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, quale procedura strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione, ciò che, riguardo all’assegnazione di funzioni direttive, priverebbe di legittimazione arbitrarie preclusioni di accesso, riserve integrali di posti o forme di attribuzione automatica in favore del personale interno. La norma censurata, sempre secondo il giudice a quo, consentirebbe invece a funzionari, privi della relativa qualifica, di accedere, senza aver superato un pubblico concorso, ad un «ruolo» diverso nell’ambito della propria amministrazione.
L’elusione della regola del pubblico concorso determinerebbe anche un vulnus al principio del buon andamento, con conseguente ulteriore lesione, sotto questo diverso profilo, degli artt. 3 e 97 Cost. Ancora, la disposizione censurata violerebbe gli artt. 3 e 97, primo comma, Cost., in relazione ai principi di legalità, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa, poiché, permettendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, consentirebbe la preposizione ad uffici amministrativi di soggetti privi dei requisiti necessari, determinando una diminuzione delle garanzie dei cittadini che confidano in una amministrazione competente, imparziale ed efficiente.
Il rimettente prospetta, infine, una violazione degli artt. 3 e 51 Cost., poiché l’accesso a funzioni dirigenziali sarebbe consentito, in deroga al principio di uguaglianza, pur nell’assenza dei requisiti stabiliti dalla legge (e, in particolare, dall’art. 19 del citato d.lgs. n. 165 del 2011).
2.− In via preliminare, va ribadito quanto stabilito nell’ordinanza della quale è stata data lettura in udienza, allegata alla presente sentenza, in ordine all’inammissibilità dell’intervento del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) nel presente giudizio di legittimità costituzionale.
3.− La questione va esaminata entro i limiti del thema decidendum individuato dall’ordinanza di rimessione, dato che non possono essere prese in considerazione le censure svolte dalla parte del giudizio principale, con riferimento a parametri costituzionali ed a profili non evocati dal giudice a quo (ex plurimis, sentenze n. 211 e n. 198 del 2014, n. 275 del 2013, n. 310, n. 227 e n. 50 del 2010).
4.− La questione è fondata.
4.1.− Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta «l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso» (sentenza n. 194 del 2002; ex plurimis, inoltre, sentenze n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n. 150 del 2010, n. 293 del 2009).
In apparenza, la disposizione impugnata non si pone in contrasto diretto con tali principi. Essa non conferisce in via definitiva incarichi dirigenziali a soggetti privi della relativa qualifica, bensì consente, in via asseritamente temporanea, l’assunzione di tali incarichi da parte di funzionari, in attesa del completamento delle procedure concorsuali.
Tuttavia, l’aggiramento della regola del concorso pubblico per l’accesso alle posizioni dirigenziali in parola si rivela, sia alla luce delle circostanze di fatto, precedenti e successive alla proposizione della questione di costituzionalità, nelle quali la disposizione impugnata si inserisce, sia all’esito di un più attento esame della fattispecie delineata dall’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012.
4.2.− Per colmare le carenze nell’organico dei propri dirigenti, l’Agenzia delle entrate ha, negli anni, fatto ampio ricorso ad un istituto previsto dall’art. 24 del proprio regolamento di amministrazione. Tale disposizione consente, «[p]er inderogabili esigenze di funzionamento dell’Agenzia», la copertura provvisoria delle eventuali vacanze verificatesi nelle posizioni dirigenziali, previo interpello e previa specifica valutazione dell’idoneità degli aspiranti, mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, «fino all’attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza» e, comunque, fino ad un termine finale predeterminato. Questo termine finale è stato di volta in volta prorogato, a partire dal 2006, con apposite delibere del Comitato di gestione dell’Agenzia. Al momento della proposizione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, esso risultava fissato al 31 dicembre 2010. Successivamente alla proposizione della questione, il termine è stato prorogato altre due volte, da ultimo (con delibera n. 51 del 29 dicembre 2011) «al 31 maggio 2012».
Le reiterate delibere di proroga del termine finale hanno di fatto consentito, negli anni, di utilizzare uno strumento pensato per situazioni peculiari quale metodo ordinario per la copertura di posizioni dirigenziali vacanti. Secondo la giurisprudenza, nell’ambito dell’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, l’illegittimità di questa modalità di copertura delle posizioni dirigenziali deriva dalla sua non riconducibilità, né al modello dell’affidamento di mansioni superiori a impiegati appartenenti ad un livello inferiore, né all’istituto della cosiddetta reggenza. Il primo modello, disciplinato dall’art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2001, prevede l’affidamento al lavoratore di mansioni superiori, nel caso di vacanza di posto in organico, per non più di sei mesi prorogabili fino a dodici, qualora siano state avviate le procedure per la copertura dei posti vacanti, ma è applicabile solo nell’ambito del sistema di classificazione del personale dei livelli, non già delle qualifiche, e in particolare non è applicabile (ed è illegittimo se applicato) laddove sia necessario il passaggio dalla qualifica di funzionario a quella di dirigente (sentenza di questa Corte n. 17 del 2014; nella giurisprudenza di legittimità, ex plurimis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 12 aprile 2006, n. 8529, e 26 marzo 2010, n. 7342).
Invero, l’assegnazione di posizioni dirigenziali a un funzionario può avvenire solo ricorrendo al secondo modello, cioè all’istituto della reggenza, regolato in generale dall’art. 20 del d.P.R. 8 maggio 1987, n. 266 (Norme risultanti dalla disciplina prevista dall’accordo del 26 marzo 1987 concernente il comparto del personale dipendente dai Ministeri). La reggenza si differenzia dal primo modello perché serve a colmare vacanze nell’ufficio determinate da cause imprevedibili, e viceversa si avvicina ad esso perché è possibile farvi ricorso a condizione che sia stato avviato il procedimento per la copertura del posto vacante, e nei limiti di tempo previsti per tale copertura. Straordinarietà e temporaneità sono perciò caratteristiche essenziali dell’istituto (ex plurimis, Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenze 22 febbraio 2010, n. 4063, 16 febbraio 2011, n. 3814, 14 maggio 2014, n. 10413). Ebbene, le reiterate proroghe del termine previsto dal regolamento di organizzazione dell’Agenzia delle entrate per l’espletamento del concorso per dirigenti e, conseguentemente, per l’attribuzione di funzioni dirigenziali mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, hanno indotto la giurisprudenza amministrativa (TAR Lazio, Roma, seconda sezione, sentenze 30 settembre 2011, n. 7636, e 1° agosto 2011, n. 6884) a ritenere carenti, nella fattispecie prevista dall’art. 24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle entrate, i due presupposti ricordati della straordinarietà e della temporaneità, a non configurarla come un’ipotesi di reggenza e quindi a considerarla in contrasto con la disciplina generale di cui agli artt. 19 e 52 del d.lgs. n. 165 del 2001.
In questo quadro normativo e giurisprudenziale, e nella relativa vicenda processuale, interviene il legislatore, attraverso la disposizione sospettata di illegittimità costituzionale.
La norma impugnata esordisce autorizzando le Agenzie delle entrate, del territorio e delle dogane ad espletare procedure concorsuali, da completarsi entro il 31 dicembre 2013, per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, attraverso il richiamo alla disciplina contenuta nell’art. 1, comma 530, della l. n. 296 del 2006 e nell’art. 2, comma 2, secondo periodo, del d.l. n. 203 del 2005, come convertito. L’autorizzazione in parola è rafforzata attraverso un riferimento alla «esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità» delle strutture delle Agenzie e alla necessità di garantire «una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione» contenute in altri commi dello stesso art. 8 del d.l. n. 16 del 2012, come convertito.
In realtà, del tutto indipendentemente dalla norma impugnata, l’indizione di concorsi per la copertura di posizioni dirigenziali vacanti è resa possibile da norme già vigenti, che lo stesso art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, si limita a richiamare senza aggiungervi nulla (si veda l’art. 2, comma 2, del d.l. n. 203 del 2005, come convertito). Inoltre, considerando le regole organizzative interne dell’Agenzia delle entrate e la possibilità di ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale − come affermato dalla giurisprudenza tributaria di legittimità sulla provenienza dell’atto dall’ufficio e sulla sua idoneità ad esprimerne all’esterno la volontà (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione tributaria civile, sentenze 9 gennaio 2014, n. 220; 10 luglio 2013, n. 17044; 10 agosto 2010, n. 18515; sezione sesta civile − T, 11 ottobre 25012, n. 17400) – la funzionalità delle Agenzie non è condizionata dalla validità degli incarichi dirigenziali previsti dalla disposizione censurata. Sicché l’obbiettivo reale della disposizione in esame è rivelato dal secondo periodo della norma in questione, ove, da un lato, si fanno salvi i contratti stipulati in passato tra le Agenzie e i propri funzionari, dall’altro si consente ulteriormente che, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali, da completare entro il 31 dicembre 2013, le Agenzie attribuiscano incarichi dirigenziali a propri funzionari, mediante la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso.
Dopo la proposizione della questione di legittimità costituzionale, il termine originariamente fissato per il «completamento» delle procedure concorsuali viene prorogato due volte. Dapprima, l’art. 1, comma 14, primo periodo, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15, lo ha spostato al 31 dicembre 2014, purché le procedure fossero indette entro il 30 giugno 2014, con la precisazione che, nelle more, era possibile prorogare o modificare solo gli incarichi dirigenziali già attribuiti, non invece conferirne di nuovi. Successivamente, l’art. 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), lo ha ulteriormente prorogato al 30 giugno 2015.
Benché il legislatore abbia esplicitamente precisato, in questi interventi di proroga, che non è consentito conferire nuovi incarichi a funzionari interni, è indubbio che gli interventi descritti abbiano aggravato gli aspetti lesivi della disposizione impugnata. In tal modo, infatti, il legislatore apparentemente ha riaffermato, da un lato, la temporaneità della disciplina, fissando nuovi termini per il completamento delle procedure concorsuali, ma, dall’altro, allontanando sempre di nuovo nel tempo la scadenza di questi, ha operato in stridente contraddizione con l’affermata temporaneità.
4.3.− La norma impugnata ha cura di esibire, quale caratteristica essenziale, la propria temporaneità: il ricorso alla descritta modalità di copertura delle posizioni dirigenziali vacanti sarebbe provvisorio, strettamente collegato all’indizione di regolari procedure concorsuali per l’accesso alla dirigenza, da completarsi entro un termine ben identificato, che la disposizione impugnata, in origine, fissava al 31 dicembre 2013.
Tuttavia, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, inserisce in tale costruzione un elemento d’incertezza, nella parte in cui stabilisce che, fatto salvo quanto disposto dall’art. 19, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001, le Agenzie interessate non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali a propri funzionari «[a] seguito dell’assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma». Questo significa che al termine, certo nell’an e nel quando, del completamento delle procedure concorsuali – nelle cui more è possibile attribuire incarichi dirigenziali con le modalità descritte – si affianca un diverso termine, certo nella sola attribuzione del diritto all’assunzione, ma incerto nel quando, perché tra il completamento delle procedure concorsuali (coincidente con l’approvazione delle graduatorie) e l’assunzione dei vincitori, può trascorrere, per i più diversi motivi, anche un notevole lasso di tempo.
È quindi lo stesso tenore testuale della disposizione impugnata a non escludere che, pur essendo concluse le operazioni concorsuali, le Agenzie interessate possano prorogare, per periodi ulteriori, gli incarichi dirigenziali già conferiti a propri funzionari, in caso di ritardata assunzione di uno o più vincitori. In questo senso, in contraddizione con l’affermata temporaneità, il termine finale fissato dalla disposizione impugnata finisce per non essere «certo, preciso e sicuro» (sentenza n. 102 del 2013).
Per questo, non è conferente il richiamo, effettuato dall’Avvocatura generale dello Stato, alla fattispecie normativa scrutinata con la sentenza di questa Corte n. 212 del 2012. In tale sentenza, l’infondatezza della questione derivava dalla circostanza per cui la norma di legge (regionale) impugnata consentiva, in assenza di personale con qualifica dirigenziale, che talune delle suddette funzioni potessero essere attribuite a funzionari della categoria più elevata non dirigenziale, fino all’espletamento dei relativi concorsi e, comunque, per non più di due anni. Come si vede, in quel caso il termine finale della copertura delle vacanze attraverso il conferimento d’incarichi non era ancorato ad un evento incerto nel quando come l’assunzione dei vincitori, ma era fissato perentoriamente.
Anche considerando il tenore letterale della norma impugnata, quindi, il carattere di temporaneità della soluzione da essa prevista, sul quale insiste l’Avvocatura generale dello Stato, tende a scolorire fin quasi ad annullarsi.
4.4.− Si aggiunga, per quanto necessario, che la regola del concorso non è certo soddisfatta dal rinvio che la stessa norma impugnata opera all’art. 19, comma 1-bis, del d.lgs. n. 165 del 2001, nella parte in cui stabilisce che gli incarichi dirigenziali ai funzionari «sono attribuiti con apposita procedura selettiva». In realtà, la norma di rinvio si limita a prevedere che l’amministrazione renda conoscibili, anche mediante pubblicazione di apposito avviso sul sito istituzionale, il numero e la tipologia dei posti che si rendono disponibili nella dotazione organica e i criteri di scelta, stabilendo, altresì, che siano acquisite e valutate le disponibilità dei funzionari interni interessati. I contratti non sono dunque assegnati attraverso il ricorso ad una procedura aperta e pubblica, conformemente a quanto richiesto dagli artt. 3, 51 e 97 Cost. (sentenze n. 217 del 2012, n. 150 e n. 149 del 2010, n. 293 del 2009, n. 453 del 1990).
4.5.− In definitiva, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, ha contribuito all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica. Per questo, ne va dichiarata l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost.
Posto che le ricordate proroghe di termini fanno corpo con la norma impugnata, producendo unitamente ad essa effetti lesivi, ed anzi aggravandoli, in applicazione dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), la dichiarazione di illegittimità costituzionale va estesa all’art. 1, comma 14, del d.l. 30 dicembre 2013, n. 150, come convertito, e all’art. 1, comma 8, del d.l. 31 dicembre 2014, n. 192. E proprio perché tali disposizioni hanno carattere consequenziale e concorrono a integrare la disciplina impugnata, non vi sono ostacoli ad estendere ad esse la dichiarazione d’illegittimità costituzionale, pur trattandosi di disposizioni normative sopravvenute al giudizio a quo. Infatti, «l’apprezzamento di questa Corte, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, non presuppone la rilevanza delle norme ai fini della decisione propria del processo principale, ma cade invece sul rapporto con cui esse si concatenano nell’ordinamento, con riguardo agli effetti prodotti dalle sentenze dichiarative di illegittimità costituzionali» (sentenza n. 214 del 2010).

Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44;
2) dichiara, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 14, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15;
3) dichiara, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative).
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 febbraio 2015.
F.to:
Alessandro CRISCUOLO, Presidente
Nicolò ZANON, Redattore
Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 17 marzo 2015.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: Gabriella Paola MELATTI
Allegato:
Ordinanza Letta All'udienza Del 24 Febbraio 2015
ORDINANZA
Rilevato che nel giudizio promosso dal Consiglio di Stato, sezione IV giurisdizionale, con ordinanza 26 novembre 2013 (reg. ord. n. 9 del 2014), è intervenuto, con atto depositato il 3 marzo 2014, il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori);
che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, possono partecipare al giudizio in via incidentale di legittimità costituzionale le sole parti del giudizio principale e i terzi portatori di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (tra le tante, ordinanza n. 240 del 2014, sentenza n. 162 del 2014 e relativa ordinanza letta all'udienza dell'8 aprile 2014, ordinanza n. 156 del 2013, ordinanza n. 150 del 2012 e relativa ordinanza letta all'udienza del 22 maggio 2012, sentenza n. 293 del 2011, sentenza n. 118 del 2011, sentenza n. 138 del 2010 e relativa ordinanza letta all'udienza del 23 marzo 2010);
che, in questo caso, i rapporti sostanziali dedotti in causa concernono profili attinenti alla posizione dei funzionari e dei dirigenti pubblici, i quali non hanno alcuna incidenza diretta sulla posizione giuridica del Codacons;
che, inoltre, i rapporti sostanziali dedotti in causa solo in via indiretta ed eventuale possono riguardare gli interessi della collettività indistinta dei consumatori, che il Codacons si propone di rappresentare (v. sentenza n. 420 del 1994 e relativa ordinanza letta all'udienza dell'8 novembre 1994);
che, infine, pur avendo il Codacons presentato, in data 20 febbraio 2014, richiesta di intervento nel giudizio principale, è inammissibile, nel giudizio costituzionale in via incidentale, l'intervento del soggetto che, nel giudizio a quo, si sia costituito soltanto dopo la sollevazione della questione di legittimità costituzionale (sentenza n. 223 del 2012, ordinanza n. 295 del 2008, sentenza n. 315 del 1992).
Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara inammissibile, nel presente giudizio di costituzionalità, l'intervento del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori).

mercoledì 18 marzo 2015

TUNISIA: TERRORISTI ALL'ASSALTO DI UN MUSEO. OTTO MORTI, TURISTI IN OSTAGGIO. COINVOLTI ITALIANI, DUE FERITI. MEDIA: L'IS RIVENDICA L'ATTENTATO

TUNISIA: TERRORISTI ALL'ASSALTO DI UN MUSEO. OTTO MORTI, TURISTI IN OSTAGGIO. COINVOLTI ITALIANI, DUE FERITI. MEDIA: L'IS RIVENDICA L'ATTENTATO

Fonti ufficiali del governo riferiscono di due uomini barricati all'interno del museo del Bardo. Secondo media locali, sarebbero invece tre i terroristi, con uniformi dell'esercito, che hanno fatto fuoco contro un pullman di turisti. Presenti italiani: sarebbero passeggeri di una nave Costa Crociere

TUNISI  TURISTI PRIGIONIERI ALL'INTERNO DEL MUSEO BARDO

TUNISI - Attacco terroristico nel cuore di Tunisi, almeno otto le vittime (sette stranieri, tra cui due britannici e un tunisino) sin qui ufficializzate dal Ministero dell'Interno. Secondo media locali, tre terroristi con indosso le uniformi dell'esercito hanno fatto fuoco contro un pullman parcheggiato davanti al Museo del Bardo, non lontano dalla sede dell'assemblea tunisina. Sette delle otto vittime sono turisti, la loro nazionalità è in corso di accertamento. Media riportano che l'attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico. Le forze speciali antiterrorismo sono poi entrate in azione per liberare gli ostaggi. Un gruppo di turisti che erano stati sequestrati sono stati liberati da un blitz delle forze speciali. Uno dei presunti responsabili dell'attacco è stato arrestato mentre gli altri due sono circondati in edifici che appartengono al Parlamento. Lo riferiscono a Efe fonti della sicurezza, precisando che l'arrestato è uno studente di 22 anni. Il direttore del museo ha dichiarato: "La situazione sul posto è sotto controllo, ma non abbiamo ancora informazioni precise sul bilancio" delle vittime.


Italiani tra gli ostaggi. La Farnesina conferma che vi sono italiani coinvolti. Tra di loro due feriti, mentre un centinaio sono stati messi in sicurezza dalle forze tunisine. La Costa crociere ha confermato che alcuni passeggeri erano in tour per la città: "Oggi Costa Fascinosa è nel porto di Tunisi, nel corso di una crociera di 7 giorni nel Mediterraneo. Durante la sosta alcuni ospiti di Costa Fascinosa hanno fatto un tour della città". La stessa società fa sapere di  di essere in stretto contatto con il Mise e di aver richiamato a bordo tutti i passeggeri (3161 in totale). Tra gli ostaggi ci sarebbero quattro dipendenti del Comune di Torino, tra cui Carolina Bottari, di Torino, che al telefono ha parlato di due italiani colpiti. "Eravamo una comitiva di una cinquantina di persone. Qui nella stanza siamo in sei italiani, di là nello stanzone sono molti di più. Due persone sono morte. Altre tre sono rimaste ferite". La Farnesina al momento non conferma, l'unità di crisi sta verificando. "Qui stanno sparando a tutti - dice ancora la donna - vi prego aiutateci". La sparatoria è avvenuta, riferisce la turista, al Museo dei mosaici della capitale tunisina. Foto che risulterebbero scattate da un ostaggio e diffuse via Twitter mostrerebbero anche bambini tra gli ostaggi dei terroristi. Secondo vari media, più di 200 turisti erano presenti all'interno del museo del Bardo al momento dell'attacco. Di questi, circa 160 sono riusciti a fuggire, sarebbero rimaste nelle mani dei terroristi tra le 20 e le 40 persone.

In Parlamento, gli agenti della sicurezza hanno impedito a giornalisti e deputati di lasciare l'aula. Testimoni all'esterno del Parlamento hanno riferito di una massiccia presenza di poliziotti in procinto di evacuare l'edificio.

Informazione confermata da un tweet della deputata Sayida Ounissi, secondo cui l'evacuazione è in corso. Sayida Ounissi aggiunge che "il panico è enorme" e tutto è successo mentre era in corso l'audizione delle forze armate sulla legge antiterrorismo. Presenti il ministro della Giustizia, giudici e responsabili delle Forze armate

Il presidente della Tunisia, Béji Caïd Essebsi, terrà alle 18 un discorso al popolo tunisino a seguito della sparatoria di oggi nella capitale. Lo ha annunciato alla radio Mosaique Fm il portavoce della presidenza, Moez Sinaoui, che non ha voluto precisare altri dettagli dell'operazione delle forze di sicurezza ancora in corso.

Poche ore prima dell'attacco, il ministero dell'Interno tunisino aveva annunciato di aver sgominato una cellula jihadista nella periferia nord di Tunisi nell'ambito delle attività di prevenzione di eventuali attentati terroristici nel Paese. Si tratta di sette persone, alcune delle quali note alle forze dell'ordine per aver partecipato a combattimenti armati in Siria. Il gruppo era in contatto con terroristi tunisini ancora attivi in Siria e aveva anche il compito di reclutare giovani da mandare nelle zone di combattimento.

Ma ancor più importante era stata la notizia diffusa nei giorni scorsi, riguardante la morte del jihadista tunisino Ahmed Rouissi, esponente di spicco di Ansar al Sharia, considerato la mente degli omicidi del 2013 dei leader dell'opposizione Chokri Belaid e Mohammed Brahmi. Rouissi, secondo quanto riferito dalla stampa locale, sarebbe rimasto ucciso sabato a 70 chilometri da Sirte, durante gli scontri con la Brigata 166, milizia fedele al governo insediato a Tripoli.



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domenica 15 marzo 2015

RIFIUTI: LA SICILIA COME LA ‘TERRA DEI FUOCHI’ TRA DISCARICHE E SPECULATORI "CROCETTA DISTRUGGERÀ LA SICILIA”

RIFIUTI: LA SICILIA COME LA ‘TERRA DEI FUOCHI’ TRA DISCARICHE E SPECULATORI

Giulio Ambrosetti
[14 Mar 2015 |

I parlamentari nazionali e regionali del Movimento 5 Stelle accendono i riflettori su uno dei settori nevralgici dell’Isola. L’inquinamento e i pericoli per la salute dei cittadini. Le dichiarazioni dell’ex assessore regionale, Nicolò Marino, al Parlamento nazionale

Nicolò Marino

Un comunicato stampa diramato dai parlamentari nazionali e regionali del Movimento 5 Stelle riaccende i riflettori sulla gestione dei rifiuti in Sicilia. I grillini parlano, senza mezzi termini, di un sistema al collasso, messo su a uso e consumo di “chi deve lucrarci”, per “costruirci un consenso elettorale e clientelare”. Si parla dei debiti accumulati dagli Ato rifiuti, sigla che sta per Ambiti territoriali ottimali, società tra Comuni oggi tutte commissariate e in buona parte con debiti a sei zeri. Nel comunicato si fa riferimento, anche, dell’audizione dell’ex assessore regionale all’Energia e ai Servizi di pubblica utilità della Regione siciliana, Nicolò Marino, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
“Il ciclo dei rifiuti in Sicilia - si legge nel comunicato dei grillini siciliani - non deve funzionare perché c'è chi deve lucrarci e chi deve costruirci consenso elettorale clientelare, come dimostra la bomba a orologeria degli Ato con almeno 800 milioni di euro di debiti insoluti. Il tutto, ovviamente, a spese della salute della cittadini e delle loro tasche”. In realtà, al 31 dicembre 2012, i debiti degli Ato siciliani superavano il miliardo di euro. E’ probabile - stando a quello che leggiamo nel comunicato - che la situazione sia leggermente migliorata negli ultimi tre anni.
“Le relazioni delle commissioni ispettive predisposte dall'allora assessore Niccolò Marino sugli iter autorizzativi e le tariffe delle cinque discariche private in Sicilia - dice Claudia Mannino, parlamentare nazionale del Movimento 5 Selle eletta in Sicilia, componente della commissione Ambiente della Camera dei deputati -certificano la completa illegittimità amministrativa e il mancato rispetto di fondamentali normative ambientali. Dalla combine smascherata dalla Giustizia amministrativa per la costruzione dei quattro inceneritori, ad oggi nulla sembra cambiato”.
Il riferimento della parlamentare Mannino è ai quattro inceneritori che erano stati programmati nei primi anni del 2000 dal governo regionale retto in quegli anni da Totò Cuffaro. Quattro impianti - che venivano definiti termovalorizzatori perché, bruciando i rifiuti, avrebbero prodotto energia - che, lo ricordiamo, non sono stati bloccati dalla politica, ma dalla magistratura europea. Su questi impianti le polemiche erano state roventi. Il governo Cuffaro e i suoi tecnici sostenevano che, a monte di questi quattro termovalorizzatori, sarebbe partita la raccolta differenziata dei rifiuti per evitare di mandare negli impianti immondizia che, bruciando, avrebbe liberato nell’aria sostanze dannose per la salute umana e, in generale, per l’ambiente (il riferimento è alla diossina e, in generale, ai metalli pesanti).
Le promesse di far decollare la raccolta differenziata dei rifiuti non sembravano realistiche. E, in effetti, a distanza di un decennio, la raccolta differenziata dei rifiuti, in Sicilia, si attesta su percentuali minime (i dati disponibili sulla situazione siciliana sono frammentari: c’è chi dice che la raccolta differenziata dei rifiuti, nell’Isola, sia un po’ sotto il 10 per cento e chi sostiene che è ferma al 3-4 per cento). Un dato indiscutibile, ad esempio, è che tra il 2001 e il 2008 la raccolta differenziata, in provincia di Agrigento, era cresciuta in modo sensibile, raggiungendo e forse superando il 10 per cento sul totale dei rifiuti trattati. Dal 2008 in poi, però, è scesa di nuovo al 2-3 per cento.
La verità è che in Sicilia, come giustamente fanno notare i grillini, sulla gestione dei rifiuti pesa la presenza di speculazioni e speculatori. Il risultato è che, ancora oggi, il sistema dei rifiuti nell’Isola è imperniato sulle discariche, in buona parte private (e in alcuni casi sequestrate dalla magistratura). Così, mentre in altre parti del mondo civilizzato i rifiuti sono una risorsa, perché vengono in buona parte riciclati (in alcune realtà totalmente riciclati), in Sicilia costituiscono un serio problema, perché vengono seppelliti nelle discariche inquinando l’ambiente.
Tra l’altro - problema nel problema - molte discariche siciliane non sono “a norma”, per utilizzare il freddo linguaggio dei burocrati di Bruxelles (in pratica, sono fuori legge!). In tutte le discariche non dovrebbero mai essere sotterrate le sostanze umide, perché aumentano la produzione del cosiddetto percolato.
A questo punto è necessaria una breve digressione. Il percolato è un liquido che si origina in prevalenza dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi rifiuti (il percolato, anche se in misura minore, si produce anche compattando i rifiuti).
Il percolato, questo va da sé, contiene sostanze inquinanti organiche e inorganiche. La formazione di percolato dipende da vari fattori: dalla piovosità, dalla temperatura e dalla presenza dei venti. Le piogge abbondanti danno luogo ad un aumento del percolato. Quantità di percolato che viene incrementata, come già ricordato, dalla presenza di sostanze umide nei rifiuti che finiscono sotto terra.
In Sicilia, terra di discariche, il percolato è diventato un problema grave sia perché i rifiuti sotterrati contengono molte sostanze umide (che, lo ribadiamo, mai e poi mai dovrebbero essere sotterrate!), sia perché negli ultimi anni è aumentata la piovosità.
Per legge, il percolato deve essere raccolto e trattato nel sito stesso della discarica o trasportato in impianti ad hoc che debbono essere autorizzati allo smaltimento di rifiuti liquidi. Gli esperti di questo settore spiegano che i fattori che portano una discarica a produrre percolato possono essere controllabili e incontrollabili. I processi di degradazione dei rifiuti che finiscono sotto terra non possono essere controllati. E’ invece controllabile l’infiltrazione di acqua dall’esterno: per esempio, impermializzando il fondo della discarica e la superficie della stessa discarica.
Questa digressione sul percolato è importante perché ci consente di illustrare ai lettori un problema molto serio, soprattutto ai lettori americani che rimarranno un po’ perplessi nel leggere che in Sicilia, in materia di rifiuti, si va ancora avanti con le discariche. Basti pensare che a Palermo la discarica di Bellolampo ha inquinato la falda acquifera e, in parte, anche un tratto di mare.
Ci sono, poi, i risvolti economici. Perché, attualmente, in Sicilia si spendono un sacco di soldi per captare questo benedetto percolato dalle discariche e trasportarlo fuori dall’Isola. Tutta questa follia è stata messa in piedi - e ancora resiste - per consentire a i privati, in combutta con la politica (e con la criminalità organizzata, come avviene in Campania) di speculare sulla gestione dei rifiuti.      
“Le relazioni della commissione di indagine - continua la parlamentare nazionale del Movimento 5 Stelle eletta in Sicilia, Claudia Mannino - dovrebbero essere rese pubbliche perché tutti i cittadini siano a conoscenza dei disastri ambientali che le sistematiche violazioni di legge hanno determinato. Sollecitiamo le Autorità giudiziarie, già informate dei fatti, ad accertare le responsabilità penale sia della vicenda degli inceneritori che di questi ‘anomali’ iter amministrativi. Noi, nell'ambito della nostra funzione di controllo politico-parlamentare, abbiamo inoltrato formale denuncia alla Commissione europea per la persistente e strutturale violazione delle normative europee in tema di discariche, autorizzazioni e valutazioni di impatto ambientale”.
La deputata Mannino torna a parlare degli inceneritori. Quattro impianti, l’abbiamo ricordato, sono stati bloccati dalla magistratura europea. Nel 2012 il governo Monti e il governo regionale di Raffaele Lombardo firmano un accordo per fare bruciare i rifiuti nelle cementerie dell’Isola. Una follia che avrebbe inquinato l’ambiente e che, per fortuna, è stata bloccata - o dovrebbe essere stata bloccata - dalle proteste della gente. Oggi si torna a parlare di nuovi inceneritori, anche se, a parte qualche caso, non ci sono dichiarazioni ufficiali. Il caso dove ci sono, invece, dichiarazioni ufficiali è quello di San Filippo del Mela, in provincia di Messina. Dove si vorrebbe convertire una centrale per la produzione di energia alimentandola con l’immondizia. Sono in corso proteste vivacissime da parte della gente che vive nella Valle del Mela, una zona già inquinata dalla presenza della raffineria di Milazzo, da una serie di altre industrie e da un elettrodotto in costruzione con i tralicci che passano a pochi metri dai centri abitati.     
Sulla questione rifiuti in Sicilia interviene anche il presidente della commissione legislativa Ambiente del Parlamento siciliano, Giampiero Trizzino, anche lui esponente del Movimento 5 Stelle. “Le dichiarazioni dell'ex assessore Marino - dice Trizzino - fotografano una realtà che ormai è più che tangibile. Il sistema dei rifiuti in Sicilia è strutturato per vivere di emergenza. E' un disordine organizzato con la chiara finalità di eludere il sistema normativo. L'ulteriore conferma di siffatta drammatica condizione è la totale assenza di programmazione: nel momento in cui parliamo non esiste un piano regionale dei rifiuti, non v’è traccia di un modello gestionale nemmeno nel Documento di programmazione economica, esitato pochi giorni fa ed aleggia una confusione estremamente preoccupante sulla nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020. A questo punto, sembra plausibile affermare: niente è casuale”.
In questo scenario, che non è molto dissimile, almeno in certe aree, dalla ‘Terra dei fuochi’ della Campania, sono arrivate le dichiarazioni dell’ex assessore regionale, Nicolò Marino, che circa un anno fa l’attuale presidente della Regione, Rosario Crocetta, ha messo fuori dal governo dell’Isola. Interpellato dalla già citata  Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Marino ne ha dette di cotte e di crude. A un certo punto, come si legge nel blog ‘Guardie e ladri’ di Roberto Galullo, ad occuparsi di questo settore viene coinvolto “un ufficiale dei carabinieri, un ex generale, persona perbene che ha avuto due ictus. Presidente - dichiara Marino rivolgendosi al presidente della commissione sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti - lei si dovrebbe far raccontare, quando scenderà in Sicilia, dal sindaco Orlando, dai sindacati cos’erano le riunioni pubbliche. Questo che doveva esercitare una serie di attività di controllo, noi l’avevamo scomodato per il fallimento Aps a Palermo, 52 Comuni serviti da Aps (Asp è la società privata che ha gestito il servizio idrico in 52 Comuni della Provincia di Palermo, società oggi fallita ndr) aveva avuto due ictus, presidente, e la gente rideva. Non voglio segretare perché l’ho anche scritto, mi spiace sotto il profilo umano perché è un uomo delle istituzioni e la colpa è dei familiari che gli consentono di accettare un incarico di questo tipo, ma quando lo conobbi chiamai Crocetta e gli dissi allarmato: Rosario, la gente ride’. Mi rispose che la moglie era brava: aveva nominato questa persona perché la moglie era stata revisore dei conti a Gela e quindi dovevamo contattare la moglie per far ragionare questa persona.  Questa è la Regione siciliana, Presidente, e questa è una delle tantissime cose che bisognava fronteggiare”.
Marino, che nella vita fa il magistrato, sempre a proposito della gestione dei rifiuti in Sicilia aggiunge: “Nel settore dei rifiuti la migliore squadra avrebbe grandi difficoltà a riprendere in mano questa situazione. Nel momento in cui la gestione diventa approssimativa per una serie di circostanze che ho ufficialmente comunicato in tutte le sedi competenti (non è quindi una novità che dico a voi, l’ho già fatto in passato), diventa impossibile recuperare questa situazione”. Marino non sembra avere una buona opinione dell’attuale presidente della Regione. Quello che pensa di Crocetta lo dice al parlamentare nazionale Davide Faraone, braccio destro del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in Sicilia: “Voglio dire anche, perché l’ho detto più volte, che il referente in Sicilia di Renzi è l’onorevole Faraone, a cui nel febbraio 2014, poco prima di andare via, ancora assessore, dissi: ‘Se gli lasciate ancora nelle mani la Sicilia, finirà per distruggerla’. Oggi finalmente lui sta litigando con Crocetta”.




"CROCETTA DISTRUGGERÀ LA SICILIA”  L'EX ASSESSORE ALL'ENERGIA DELLA REGIONE SICILIANA NICOLÒ MARINO, NELL'AUDIZIONE ALLA COMMISSIONE     PARLAMENTARE SUL CICLO DEI RIFIUTI 

 I controlli dell'Arpa in Sicilia venivano fatti da un funzionario, "una persona per bene delle Istituzioni, ma che aveva avuto due ictus". Lo ha segnalato l'ex assessore all'Energia della Regione siciliana, Nicolò Marino, nell'audizione alla Commissione parlamentare sul Ciclo dei rifiuti. "Quando lo conobbi - ha detto l'ex pm - chiamai Crocetta e gli dissi allarmato: 'Rosario la giunta ride. Mi rispose che la moglie era brava, e che dovevamo contattare lei per farlo ragionare. Non voglio segretarie perché l'ho anche scritto". "Questa è la Regione siciliana - si legge nel verbale redatto a Roma il 23 febbraio scorso - ed è una delle tantissime cose che dovevamo fronteggiare. L'ho detto anche al referente in Sicilia di Renzi, l'onorevole Faraone, poco prima di andare via: 'se gli lasciate ancora nelle mani la Sicilia, finirà per distruggerla. Oggi finalmente lui sta litigando con Crocetta".  
Al rilievo di una componente della Commissione, che gli ha chiesto: "si rende conto della gravità di quello che dice?", l'ex assessore Marino ha replicato: "Io sono andato via per questo". Ed ha  motivato così la sua scelta: "Nel settore dei rifiuti la migliore squadra avrebbe avuto grandi difficoltà a riprendere in mano questa situazione. Nel momento in cui la gestione diventa approssimativa diventa impossibile recuperare
La precisazione di Marino - "Nella trascrizione della commissione Ecomafia ci sono delle discrasie tra quanto dichiarato e quanto verbalizzato: non ho detto la 'giunta ride , ma 'la gente ride. Lo precisa l'ex assessore regionale in una dichiarazione, spiegando che il riferimento non era a un funzionario dell'Arpa, ma al commissario della Provincia di Palermo e alle tante riunioni che si tenevano. "Avvisai telefonicamente il governatore - ricostruisce Marino - e gli dissi: la 'gente ride e tutto questo danneggia le istituzioni. Questo perché nel settore dei rifiuti gli organi di controllo non aveva lavorato bene e io mi sono trovato in difficoltà". [Fonte ANSA]  


LA COMMISSIONE PARLAMENTARE RIFIUTI IN SICILIA
«CUFFARO, LOMBARDO, CROCETTA: GLI STESSI PROBLEMI»
CARMEN VALISANO 13 MARZO 2015
CRONACA – Un rapporto con le discariche private «di palese illegalità a livello amministrativo». Un deficit finanziario importante. Un sistema di impianti che ha lacune «di tutti i tipi e di tutti i generi». E poi l'interesse immutato dei clan mafiosi. Quello dipinto da deputati e senatori al termine della tre giorni in Sicilia è un quadro a tinte fosche 
«Facevo parte della commissione anche nel 2010. Non mi sembra che ci siano stati cambiamenti in positivo. Quando non funziona l'ordinario, nello straordinario si infila di tutto». Il quadro dipinto da Alessandro Bratti, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti, al termine dei tre giorni di sopralluoghi in Sicilia è sconfortante. «Siamo vicini a una situazione di emergenza. Durante le ultime tre gestioni (i governi regionali guidati da Totò CuffaroRaffaele Lombardo e quello in carica di Rosario Crocetta, ndr) le problematiche relative ai rifiuti non sono state affrontate». 
Lungo l'elenco delle note dolenti: differenziata ai livelli più bassi in tutta Italia, problemi sulle costituzioni degli Ato, un «deficit finanziario importantissimo», un sistema di impianti che ha lacune «di tutti i tipi e di tutti i generi». «Non sono impianti, sono delle buche», precisa con semplicità e un pizzico di amarezza Stefano Vignaroli, deputato del Movimento 5 stelle. Il nodo cruciale: la gestione dei rapporti con le discariche private, definito «di palese illegalità a livello amministrativo». E il dubbio principale è quello relativo alla volontà di chi dovrebbe controllare. «Non è chiaro se è una disorganizzazione voluta perché avvantaggia alcuni potentati economici rispetto ad altri».
Alle falde dell'Etna è l'impianto di contradaValanghe d'inverno, aMotta Sant'Anastasia, il protagonista delle audizioni e dei documenti raccolti. Qui il gruppo ha anche effettuato un sopralluogo e incontrato gli esponenti dei comitati civici No discarica. Più volte il discorso di Alessandro Bratti torna sulla vicenda giudiziaria che tocca la gestione dell'impianto della Oikos spa, azienda coinvolta assieme ai gestori di Mazzarrà Sant'Andrea (in provincia di Messina) e di Agrigentonell'inchiesta della procura di Palermo Terra mia sfociata in un processo giunto alle prime battute. Un caso che, assieme alla presunta corruzione di un dirigente regionale, Gianfranco Cannova, vede una serie di «accuse molto pesanti tra dirigenti», oltre a «controlli ambientali carenti». Una vicenda che, sebbene parta dai corridoi dell'assessorato regionale all'Ambiente, «non risparmia Catania», precisa il presidente della commissione.
Le attività della discarica di Motta sono gestite dai tre commissari nominati dal prefetto - quello catanese è il primo provvedimento interdittivo antimafia applicato nel settore -, ma l'impianto di biogas continua a riversare gli utili - stimati in tre milioni di euro - nelle casse della famiglia Proto. E all'ombra delle vasche costruite nella valle del fiume Sieli si susseguono le segnalazioni di «contributi a politici e presenze di parenti degli amministratori locali tra i dipendenti». Secondo le informazioni della commissione, «se al 31 marzo non cambierà nulla, la discarica non dovrebbe più accogliere rifiuti». Ma sul suo destino gravano le stesse incertezze che incombono sulla struttura ormai esaurita della contigua contrada Tiritì. «Per il post mortem (le attività di bonifica, ndr) non ci risultano stanziamenti», afferma Bratti. 
Sempre nel Catanese, un nuovo fronte potrebbe aprirsi sulla Sicula trasporti, titolare dell'impianto di Grotta San Giorgio che ha appena ricevuto le autorizzazioni all'ampliamento da 500mila metri cubi. Se i titolari hanno spiegato ai parlamentari che tutto l'iter è stato condotto regolarmente, «l'impianto pare che non sia in ordine», affermano guardandosi quasi con imbarazzo i parlamentari. Che esprimono la «difficoltà a comprendere come i privati possano andare avanti in queste condizioni». 
Altro aspetto messo in risalto dalla commissione è l'infiltrazione mafiosa: «C'è e continua a esserci un forte interesse dei clan». Tanto che nelle relazioni raccolte dalla commissione, l'unica provincia dalla quale non sarebbero emersi rapporti con Cosa nostra è la sola Caltanissetta. Nel corso della tre giorni in Sicilia sono stati sentiti anche i sindaci indicati dalla prefettura etnea oggetto di intimidazioni e pressioni per l'assegnazione di appalti nel campo della raccolta dei rifiuti. «Spesso nella gestione delle gare chi partecipa è una sola azienda», sottolinea il parlamentare.
«È anomalo che la metà dei rifiuti della Sicilia venga a Catania», interviene Vignaroli (M5s). Che spiega come il nucleo operativo ecologico dei carabinieriha solo sette uomini per indagare anche sulle piccole discariche. «Le procure hanno difficoltà». Alla commissioni sono arrivate segnalazioni «su una serie di rapporti di origine corruttivo. E rapporti molto stretti tra dipendenti, gestori e amministratori». Un esempio potrebbe essere quello di Agrigento, dove «ci siamo soffermati molto sulla discarica di Siculiana». Sono stati passati al vaglio i rapporti tra la famiglia Catanzaro, proprietaria del sito e gli amministratori locali, e le modalità attraverso le quali sono state rilasciate le autorizzazioni. Ma, così come per la struttura nel Messinese, ancora non vengono dati dettagli. 
Quello concluso oggi è il primo di tre sopralluoghi che toccheranno anche il resto della Sicilia, con visite anche in provincia di Messina e nei grandi poli industriali dell'isola. «Abbiamo ascoltato l'ex assessore Nicolò Marino e l'attuale assessora, Vania Contrafatto, oltre all'ex dirigente Marco Lupo». Nelle prossime missioni - condotte da Dorina Bianchi (Nuovo centrodestra), StellaBianchi (Partito democratico), Miriam Cominelli (Pd), Renata Polverini (Forza Italia), Vignaroli (Movimento 5 stelle), Giuseppe Compagnone (Grandi autonomie e libertà), Pamela Orrù (Pd), Bartolomeo Pepe (Misto), Laura Puppato(Pd) - «incontreremo Rosario Crocetta e altre persone legate all'amministrazione regionale», promette il presidente Bratti. Sono stati trattati anche i casi relativi ad Amia ambiente e al processo Ofelia, così come al caso dei sei operai del Comune di Mineo morti mentre lavoravano nel depuratore
Al termine della sconfortante relazione, la sensazione è che ci si trovi davanti a una situazione gravissima, che non lascia scampo a possibilità di trovare soluzioni a breve termine. Forse un commissariamento? «Non possiamo decidere per la Regione», risponde Bratti. Ma, allo stato attuale, il mondo dei rifiuti viene descritto come una bomba pronta a esplodere: «Può solo peggiorare, non si vedono miglioramenti di sorta».
OFELIA, CARTE RITROVATE ASCIUTTE, PULITE E IN DIGITALE
MA ADESSO È IL PROCESSO CHE RISCHIA DI AMMUFFIRE

DARIO DE LUCA 11 NOVEMBRE 2014
CRONACA – Si è chiuso il giallo sulla sparizione dei documenti del processo a carico degli imprenditori Giuseppe e Alessandro Monaco, accusati di gestione di rifiuti pericolosi, e a due funzionari della provincia etnea. Eppure, al ritmo di un'udienza al mese, i termini di prescrizione sono sempre più vicini
Nessuna caccia al tesoro e niente documenti ammuffiti. I faldoni del processo Ofelia sono asciutti e puliti. «Gli atti ci sono, sistemati semplicemente dove dovevano stare» spiega ai giudici il pubblico ministero Giovannella Scaminaci. Passato un mese dall'ultima udienza, si chiude definitivamente il giallo, rivelatosi falso, che incombeva sul processo in cui a sedere sul banco degli imputati sono gli imprenditori Giuseppe e Alessandro Monaco, titolari rispettivamente delle società Ofelia Ambiente e Bas Bis Engeenering srl. Accusati dalla procura etnea, insieme a due funzionari della provincia di Catania, a vario titolo di gestione di rifiuti pericolosi, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Un presunto sistema catalizzato sulla spazzatura che si sarebbe sviluppato tra due impianti per il trattamento dei rifiuti situati a Santa Venerinae una presunta discarica abusiva nei pressi di Ramacca dove la munnizza sarebbe stata illecitamente smaltita.
Ad avanzare dubbi e perplessità ipotizzando addirittura «lo smarrimento di faldoni e documenti» erano stati gli avvocati difensori. Un processo nato viziato? Assolutamente no per la procura, ma semplicemente delle difficoltà nella consultazione del Tiap, l'applicativo informatico sviluppato dal ministero della Giustizia per la gestione e la consultazione dei fascicoli classificati per tipologia e cronologia. L'informatizzazione della macchina giudiziaria, almeno in questo caso, non pare però aver raggiunto i risultati sperati. Su tutti il cambio di velocità di una giustizia lumaca che vede l'Italia come il fanalino di coda dei paesi dell'Unione europea per la lentezza dei suoi processi. Dal rinvio a giudizio di Monaco & co. - risalente al 27 gennaio 2014 - sono trascorsi quasi undici mesi. E non si è ancora aperto il dibattimento. 
Sciolto questo nodo ci saranno da sentire i testimoni di accusa e difesa, analizzare complesse perizie e ovviamente decidere sulle ipotesi di reato. In mezzo c'è già tutta la quotidiana routine del palazzo di giustizia: dal primo rinvio del 14 aprile per il più classico difetto di notifica, passando per la valutazione delle richieste di costituzione delle parti civili di luglio, fino alla cronaca giudiziaria attuale in cui si ipotizzava lo smarrimento della documentazione. A incombere su tutto, come spesso accade, sono anche i termini di prescrizione con gli imputati sospesi in un limbo pieno d'interrogativi. Ai fatti, ormai risalenti al periodo 2006-2009, si aggiunge un processo di primo grado, problemi in corso d'opera esclusi, che si svolgeràogni secondo martedì del mese. L'ipotesi di una fine anticipata non è fantagiustizia.
Da risolvere, prima dell'inizio del dibattimento, ci saranno infatti altre eccezioni sollevate dalle difese, sulle modalità con cui vennero svolte le indagini. Accertamenti e controlli che, per gli avvocati, non avrebbero garantito agli imprenditori imputati il diritto di difesa. Tra queste anche la distanza deilaboratori ,«situati a 700 chilometri da Catania» per le analisi, durate due mesi, dei frammenti di terreno. Lontananza e tempi eccessivamente lunghi che non avrebbe garantito, per le difese, la possibilità a Monaco di poter assistere alle procedure.
http://catania.meridionews.it/articolo/29377/ofelia-carte-ritrovate-asciutte-pulite-e-in-digitale-ma-adesso-e-il-processo-che-rischia-di-ammuffire/
Conclusioni. (della Commissione parlamentare  sulle attività illecite dell’ottobre 2010)
Le verifiche in relazione alla problematica dei rifiuti nella regione siciliana hanno dimostrato la necessità di una scrupolosa applicazione della legge nella gestione del ciclo dei rifiuti.
Infatti, l'inefficienza che si è avuto modo di constatare non è dipesa da ipotetiche complicazioni di natura burocratica conseguenti alle procedure disciplinate dalle norme, ma dalla assoluta inettitudine di un regime in deroga a realizzare lo scopo finale di uno smaltimento dei rifiuti in sintonia con la salvaguardia di quegli interessi che la legge intende tutelare in materia ambientale.
Il problema dello smaltimento dei rifiuti non può considerarsi risolto per il solo fatto, per così dire, che per gli stessi vengano trovati luoghi ove concentrarli, perché la questione non è di spostare i rifiuti da un luogo ad un altro, ma di smaltirli senza danno per l'ambiente.
Attualmente in Sicilia il ciclo dei rifiuti può, più realisticamente, essere definitivo un non ciclo, in quanto i rifiuti vengono conferiti in discarica e vi sono percentuali di raccolta differenziata bassissime in quasi tutti i comuni siciliani.

Tamponare, nell'emergenza, le problematiche relative alle discariche attraverso il regime in deroga ad oggi non ha avuto altro effetto che aggravare ulteriormente la situazione e la discarica di Bellolampo è in qualche modo ne è l'emblema.
In Sicilia il settore dei rifiuti si caratterizza perché esso stesso organizzato per delinquere.
È la più eclatante manifestazione della legge dell'illegalità, cioè l'illegalità si è fatta norma che permea negli aspetti più minuti e capillari qualsivoglia aspetto afferente al ciclo dei rifiuti.
Il sistema si pone come obiettivo non già lo smaltimento dei rifiuti, ma il «non smaltimento» dei rifiuti medesimi.
Il rifiuto, infatti, in questo paradossale sistema, è esso stesso la ricchezza e come tale va conservato e tutelato affinché non si disperda.
La vicenda relativa al percolato prodotto dalla discarica di Bellolampo è un esempio lampante di come il rifiuto (che in quel caso ha anche determinato una situazione di disastro ambientale) si trasformi in «ricchezza», e consenta di far conseguire illeciti profitti alla criminalità organizzata e non.
A questo punto appare talmente organizzato il disordine organizzativo da far nascere la fondata opinione che esso stesso sia intenzionalmente architettato al fine di funzionare come generale giustificazione per l'inefficienza di ciascuna articolazione della macchina burocratica, in modo che ciascun ufficio possa giustificare la propria inefficienza con la presunta inefficienza di un altro ufficio, e così via all'infinito, in una perversa spirale e comunque in modo da far perdere a chi eventualmente volesse capirci qualcosa il bandolo della matassa.
Il ciclo dei rifiuti in Sicilia è un esempio di «disfunzione organizzata».
Si tratta di un sistema che si fonda su una materia apparentemente assai dura, ma in realtà assai fragile, come l'argilla, e riesce a preservarsi nella misura in cui nessun serio meccanismo di tutela svolga la sua funzione.
Laddove fosse minimamente efficace un'attività programmatica di controlli preventivi, l'intero sistema crollerebbe.
Ebbene, il sistema in deroga non farebbe altro che ulteriormente legittimare lo stato attuale di cose, provocando ulteriori metastasi nel sistema.
Quali le soluzioni? In questo contesto l'estrema ratio della norma penale assolve alla sua funzione di prevenzione generale e speciale e di retribuzione del male compiuto.
Vanno, come evidenziato da diversi procuratori della Repubblica nel corso delle audizioni, potenziati gli strumenti di accertamento, sia nella fase preventiva, sia nella fase propriamente investigativa.
Solo in questo modo è possibile avviare tutte quelle attività di verifica che farebbero crollare, come un castello di sabbia, il sistema dell'illegalità che caratterizza il settore dei rifiuti nella regione.
La vicenda dei termovalorizzatori, poi, favorisce uno spaccato allucinante della situazione in Sicilia perché dimostra come la criminalità organizzata abbia una straordinaria capacità di avere contezza di quelli che sono gli affari e questo presuppone l'esistenza di un'area di contiguità estremamente estesa e consolidata che abbraccia interi settori delle professioni, della politica e della pubblica amministrazione.
Laddove la criminalità organizzata fosse riuscita effettivamente ad ottenere la gestione dei termovalorizzatori, tutte le varie fasi del ciclo dei rifiuti in Sicilia ne sarebbero state condizionate.
L'aspetto particolarmente allarmante della vicenda è che il settore dei rifiuti non è paragonabile ad altri settori dell'economia, nei quali pure la criminalità organizzata è riuscita ad infiltrarsi in Sicilia, in quanto si tratta di un settore che attiene al soddisfacimento di quelli che sono i bisogni primari dell'uomo, ossia la propria salute e la salvaguardia ambientale
La gestione da parte della criminalità organizzata dell'intero ciclo dei rifiuti in Sicilia, attraverso la realizzazione e la gestione dei termovalorizzatori, avrebbe avuto conseguenze disastrose non solo per l'economia del settore, ma soprattutto per la salute dei cittadini siciliani e per l'ambiente.
In questo senso certamente meritoria è stata la scelta del governo attuale della regione siciliana di presentare presso gli uffici della procura della Repubblica di Palermo un dossier nel quale sono stati evidenziati gli elementi di distorsione della procedura per l'aggiudicazione della gara concernente i termovalorizzatori sia sotto il profilo prettamente amministrativo che sotto il profilo delle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata (con conseguente nullità delle convenzioni stipulate dal commissario delegato).
La summenzionata denuncia ha consentito l'apertura dell'indagine presso la procura di Palermo, ove, fino a quel momento, non era stata aperto alcun procedimento penale in merito a questa vicenda. Si tratta di una circostanza, questa, che non deve meravigliare, non potendo l'autorità giudiziaria avviare indagini meramente esplorative e in assenza di una notizia di reato.
Vanno altresì apprezzati alcuni recenti sforzi della regione di introdurre norme rigorose con la previsione di altrettante rigorose sanzioni in caso di mancata osservanza da parte dei destinatari.

Assolutamente inutile, anzi deleteria, appare allo stato la dichiarazione dello stato di emergenza nella regione siciliana nel settore dello smaltimento dei rifiuti e la nomina di un commissario delegato, come peraltro avvenuto in passato senza alcun risultato, se non quello di alimentare l'emergenza medesima, e quindi l'inefficienza nel settore.
La strada da seguire è allora quella della rigorosa applicazione delle norme, del potenziamento dei sistemi di controllo esterni ed interni, della formazione di polizia giudiziaria specializzata ed attrezzata per questo tipo di indagini, della applicazione delle sanzioni penali (le sole che hanno una efficacia specialpreventiva e generalpreventiva), della possibilità per l'autorità giudiziaria di utilizzare tutti gli strumenti investigativi che il codice di procedura penale prevede per la ricerca della prova.



A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE
http://tutelaariaregionesicilia.blogspot.it/2015/03/la-commissione-parlamentare-rifiuti-in.html



NICOLÒ MARINO, EX ASSESSORE IN SICILIA: «EX GENERALE DEI CC NOMINATO ALL’ARPA DA CROCETTA PERCHÉ LA MOGLIE ERA UNA BRAVA PERSONA»


Cari amici di blog, da ieri vi sto raccontando alcune parti scioccanti dell’audizione, iniziata alle 17.05  del 23 febbraio, vale a dire poche settimane or sono, dell’ex assessore all’energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana, Nicolò Marino, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Marino, già magistrato alla Dda di Caltanissetta, ha assunto l’incarico quando è stato autorizzato dal Consiglio superiore della magistratura, il 12 dicembre del 2012 e ha ultimato l’incarico di governo regionale il 14 aprile 2014.
Ieri abbiamo visto, tra le altre cose, la verità di Marino sulla gestione delle discariche private in Sicilia*. Oggi spostiamo l’ottica su un altro aspetto paradossale sollevato da questo magistrato prestato per un breve tempo alla politica.
Marino, ad un certo punto della sua audizione, racconta dell’Arpa (l’Agenzia regionale per l’ambiente) e descrive il fatto che ha anche funzionari di polizia giudiziaria, ma tutti i dirigenti sono appannaggio di chi li nomina (Provincia di Palermo, Commissario della provincia di Palermo).
Ma dopo questa introduzione, ad un certo punto racconta che «viene nominato un ufficiale dei carabinieri, un ex generale, persona perbene che ha avuto due ictus. Presidente, lei si dovrebbe far raccontare, quando scenderà in Sicilia, dal sindaco Orlando, dai sindacati cos’erano le riunioni pubbliche. Questo che doveva esercitare una serie di attività di controllo, noi l’avevamo scomodato per il fallimento Aps a Palermo, 52 comuni serviti da Aps, aveva avuto due ictus, presidente, e la Giunta rideva. Non voglio segretare perché l’ho anche scritto, mi spiace sotto il profilo umano perché è un uomo delle istituzioni e la colpa è dei familiari che gli consentono di accettare un incarico di questo tipo, ma quando lo conobbi chiamai Crocetta e gli dissi allarmato: “Rosario, la Giunta ride”. Mi rispose che la moglie era brava: aveva nominato questa persona perché la moglie era stata revisore dei conti a Gela e quindi dovevamo contattare la moglie per far ragionare questa persona.  Questa è la regione siciliana, Presidente, e questa è una delle tantissime cose che bisognava fronteggiare».
Dunque, ricapitolando e se ho ben capito (chiedo scusa se così non fosse e sono dunque pronto a correggermi), secondo il magistrato ed ex assessore Marino, alle riunioni per la gestione di alcune delicate materie ambientali, si presentava per l’Arpa di Palermo un ex generale dei Carabinieri, colpito da due ictus, di cui la gente rideva (sic!), che non desisteva dal suo incarico e che per farlo ragionare (doppio sic!) doveva essere contattata la moglie, che sarebbe la vera ragione per cui il Governatore Rosario Crocetta lo avrebbe nominato, vale a dire questa donna era una brava persona!
Ora, non so se ho riassunto bene (credo di si) ma se tutto questo è vero per qualcuno (non so chi ma andrebbe cercato) va consigliato il trattamento sanitario obbligatorio e questa verità di Marino (mancano infatti le verità contrapposte dei diretti interessati chiamati in causa e questo blog è a disposizione per raccontare tutti i punti di vista e credo che lo farà anche la Commissione sul ciclo dei rifiuti nella sua nuova missione in Sicilia*) va immediatamente spedita ad un bravo regista perché, da sola, è già mezza sceneggiatura di un film nel quale vedrei bene, come interpreti, Ficarra e Picone (tanto per restare in Sicilia).
Conosco il nome dell’ex generale dei Carabinieri di cui Marino parla ma, per doveroso rispetto, ho deciso di non citarlo.
L’ex magistrato, nel prosieguo dell’audizione proseguirà così: «Voglio dire anche perché l’ho detto più volte che il referente in Sicilia di Renzi è l’onorevole Faraone, a cui nel febbraio 2014, poco prima di andare via, ancora assessore, dissi: “Se gli lasciate ancora nelle mani la Sicilia, finirà per distruggerla”. Oggi finalmente lui sta litigando con Crocetta. Ho depositato alla Corte dei conti tutte le note che avevo scritto a Crocetta su come venivano fatte le Giunte: non c’erano ordini del giorno, erano convocate a minuti, a Palermo, quando tu potevi essere in qualsiasi altra parte del mondo, nessuno studiava le cose, ed è tutto documentato. La Corte dei conti, che ha rinviato a giudizio Crocetta e altri colleghi per la vicenda dell’informatizzazione, trova scritte dichiarazioni mie e di Luca Bianchi. Di che dobbiamo discutere? Il problema è che bisogna cacciare le persone».
Quando Alessandro Bratti (Pd), presidente della Commissione, gli fa presente che non compete a loro cacciare le persone, Marino ribatte: «questo è il mio punto di vista, come continuo a dire, come avevo anticipato la vicenda Montante… ». Marino, scopriamo, ha anticipato la vicenda Montante (il delegato nazionale di Confindustria e presidente di Confindustria Sicilia, di cui parlerebbero cinque presunti pentiti per presunte vicende poco chiare) ma non è dato sapere con chi e come.
E quando il commissario Pamela Giacoma Giovanna Orrù, Pd, eletta a Trapani, gli chiede se si rendeva conto della gravità di quello che diceva, Marino risponde così: «assolutamente, ma io l’ho già detto. Questa macchina è assolutamente complessa, anche la migliore squadra avrebbe difficoltà…Nel settore dei rifiuti la migliore squadra avrebbe grandi difficoltà a riprendere in mano questa situazione. Nel momento in cui la gestione diventa approssimativa per una serie di circostanze che ho ufficialmente comunicato in tutte le sedi competenti (non è quindi una novità che dico a voi, l’ho già fatto in passato), diventa impossibile recuperare questa situazione».
Pamela Giacoma Giovanna Orrù precisa: «quello che lei ha detto l’abbiamo capito perfettamente. Siccome lei ha fatto un riferimento preciso a una nomina e a come le persone vengono nominate, la mia battuta “lei si rende conto della gravità di quello che dice?” era in questo senso, non rispetto a tutto il resto. Già è grave quello che è stato detto, questo è ancora più grave…. Un commissario che viene nominato perché la moglie era brava è ancora più grave» ma anche Marino precisa punto su punto: «Io sono andato via per questo…È assolutamente così e lo ribadisco, ma l’ho anche dichiarato e contestato. Non ci sono cose che non abbia cercato di fare per rimettere in piedi la situazione».
Bratti, esausto, alle 19.10 chiude: «Va bene (va bene per modo di dire). La ringraziamo per tutta la serie di indicazioni che ci ha dato, adesso inizieremo il nostro approfondimento in Sicilia…».
Auguri vivissimi.
·                                 Per una ulteriore di conoscenza dei fatti con più campane metto a disposizione questo link della Rai nel quale ciascuno, se crede, potrà approfondire la vicenda
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a9231715-9d15-49ec-ae67-e018cda8a7b6.html#: . Buona visione.
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COMMISSIONE PARLAMENTARE SULLE ATTIVITÀ ILLECITE SUI RIFIUTI/ RIESPLODE LO SCONTRO SULLA GESTIONE DELLE DISCARICHE PRIVATE IN SICILIA


Alle 17.05  del 23 febbraio, vale a dire poche settimane or sono, l’ex assessore all’energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana, Nicolò Marino, si siede davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Marino, già magistrato alla Dda di Caltanissetta, ha assunto l’incarico quando è stato autorizzato dal Consiglio superiore della magistratura, il 12 dicembre del 2012 e ha ultimato l’incarico di governo il 14 aprile 2014.
Dire che la sua relazione stordisce, è dire poco.
Una parte importante è sulla situazione di monopolio nella gestione delle quattro discariche private, che Marino cita espressamente: Catanzaro Costruzioni a Siculiana, Oikos a Catania, Sicula Trasporti a Catania, Mazzarrà Sant’Andrea a Messina. «Si voleva innanzitutto iniziare a bilanciare il monopolio dei privati nella gestione delle discariche – dirà Marino di fronte ai commissari lasciando fuori da questa parte di analisi la provincia di Palermo – perché era una situazione surreale: il gestore privato, dimentico di esercitare un servizio di interesse pubblico (intervenni poi con una circolare in materia), chiudeva la discarica al comune che non corrispondeva il prezzo alle condizioni talvolta dovute a richieste unilaterali di modifica contrattuale da parte del gestore. Avveniva il surreale che Monreale andava ad abbancare a Catania, quindi gli autocompattatori viaggiavano, con buona pace della tutela ambientale, per tutto il territorio siciliano proprio per questa ragione. Qualche sindaco nel messinese (non me ne vorranno se ci sono deputati del messinese) un po’ ci ha marciato a non pagare i prezzi di conferimento, però in gran parte il problema era serio e, come sapete, ha determinato l’indebitamento degli Ato e di tutti i comuni. Viene dichiarata l’emergenza, il 20 dicembre del 2013 riusciamo a pubblicare tre bandi per tre discariche. Sapevamo già la situazione di Mazzarrà Sant’Andrea, perché avevamo un monitoraggio e prescindendo dai lavori della Commissione sapevamo cosa sarebbe accaduto, quindi uno a Messina, Enna abbancava a Catania, quindi Enna, dovevamo creare una concorrenza su Siculiana e quindi ripotenziare Gela, non perché fosse la terra di provenienza del presidente della regione, ma perché logisticamente si imponeva di intervenire lì».
Marino va avanti con la sua relazione e ad un certo punto, dopo avere approfonditamente parlato della necessità avvertita di fare impianti, termovalorizzatori, riciclo dei rifiuti e via di questo passo, ricorda che nel frattempo doveva formalizzare lo stato dell’arte per le quattro discariche private.
Siculiana
Marino costituisce quindi una commissione composta dal suo vice capo gabinetto, tal Buceti, un vicequestore che era alla Dia a Caltanissetta con cui aveva collaborato quando era magistrato, da tal ingegnere Pace e da una dirigente dell’Arpa di Palermo, tal Di Franco. Il Nucleo operativo ecologico (Noe) dei Carabinieri di Palermo aveva già contattato Marino mesi prima (lo afferma lui alla Commissione) e formalizzerà successivamente una richiesta di supporto tecnico, una sorta di consulenza tecnica nelle fasi di preliminari investigazioni (chiaramente erano delegati dalla procura di Palermo, dice ancora Marino) per quanto riguarda la discarica di Siculiana.  «Stavamo parlando della vicenda nota alla Commissione ambiente del vicepresidente di Confindustria – proseguirà il magistrato che se non erro esercita ora le sue funzioni a Roma –. Per quanto riguarda Catanzaro, anni prima, quando io ero in procura a Caltanissetta un collega si occupò di un’altra vicenda, perché il gruppo Catanzaro aveva chiesto di costruire ad Astro, un comune in provincia di Enna, una piattaforma privata. All’epoca era Ministro la Prestigiacomo, il dottor Lupo era direttore generale, ci fu una levata di scudi della popolazione perché era una zona agricola coltivata.
Ci fu un sopralluogo del ministro, del colonnello Di Caprio, vice comandante del Noe, e del dottor Lupo per capire cosa stesse accadendo. Questo sopralluogo fu fatto di venerdì o di sabato, il lunedì successivo (sto parlando di 4-5 anni fa) chiesero gli atti e poi Catanzaro ritirò ogni richiesta. Ci fu però una vicenda giudiziaria che io non conosco bene, ma mi ricordavo di Catanzaro anche sotto questo profilo e lo abbinavo al discorso che il Noe lo attenzionava da tempo anche per questa vicenda che aveva visto la presenza di Di Caprio.

Cosa era accaduto per la creazione di questa benedetta discarica? Lo troverete anche nella relazione della commissione che vi posso mettere a disposizione, ma sicuramente il dottor Lupo ve ne potrà dare ulteriori copie. Erano sorti dei problemi fra l’allora sindaco del comune di Siculiana e il gruppo Catanzaro, perché questa discarica su terreni di proprietà del comune (alcuni in corso di espropriazione) la voleva fare il comune di Siculiana.

Lì nacque una delle tante surreali vicende antimafia siciliane, perché il sindaco venne arrestato insieme al capo dell’ufficio tecnico e del comandante dei vigili urbani perché accusato da Catanzaro di voler costruire e gestire questa discarica per favorire dei mafiosi. Il sindaco verrà poi assolto, quindi l’antimafia nasce con questo passaggio drammatico e surreale. Ebbi poi modo di incontrare il sindaco, che credo sia tutt’oggi molto colpito da quella vicenda giudiziaria.
Vengono assolti e il Noe ci chiede di svolgere degli accertamenti anche sulle particelle perché il giudice è molto duro in questi passaggi. Vi consegno la nota del Noe… Questa parte dovremmo segretarla».
Secretazione dopo secretazione
Marino dunque, per gli aspetti più delicati, che ci piacerebbe tanto conoscere, chiede e ottiene di secretare la seduta. Capiamo però, dalle stesse parole del magistrato quando i microfoni vengono riaperti e le telecamere riaccese, almeno che il Noe fare una disamina completa di tutte le autorizzazioni di cui aveva beneficiato la Catanzaro costruzioni.

Poi Marino riprende a battere il tasto della discarica privata di Catanzaro Costruzioni, sembra quasi un duello personale e i precedenti di anni di querele, denunce e controdenunce tra i due sembrano suggerirlo e dunque c’è da attendersi che lo scontro continuerà quando la Commissione si recherà in Sicilia e non potrà non ascoltareCatanzaro e gli altri proprietari o gestori delle discariche private.
«Ironia della sorte, chi voleva criticare il Governo della Regione siciliana e chiedeva l’emergenza grazie solo all’emergenza aveva avuto la possibilità di costruire e gestire questa discarica – dirà infatti Marino –: tutta la storia della discarica di Siculiana passa per l’emergenza, anche con alcuni atti prefettizi in cui probabilmente ci sono degli errori. Non voglio però dilungarmi sul contenuto tecnico, che potrete valutare autonomamente. Poniamoci sul problema autorizzativo a monte con cui appunto avevo iniziato il mio intervento. Qui ci sono dei casi di scuola di palesi violazioni della normativa, gravissime violazioni di leggi poste in essere dal territorio e ambiente a favore della Catanzaro costruzioni. Farò due passaggi di cui forse uno bisogna segretare. In una delle tante autorizzazioni per ampiamento sia Via che Aia 2006, 2007 e 2008 trovate che a un certo punto l’assessorato al territorio e ambiente correttamente impone per l’ampliamento della vasca V3 gli impone di fare l’impianto di biostabilizzazione, che non verrà mai fatto. A distanza di un anno Catanzaro chiede un altro ampliamento, e lo chiede dove doveva sorgere l’impianto di biostabilizzazione, la Regione siciliana se lo dimentica e gli dà l’ulteriore ampliamento. Arriviamo al 2009. Se il Governo Lombardo fu lungimirante sulla vicenda dei termovalorizzatori, perché la Sicilia sarebbe diventata per la potenzialità di quei termovalorizzatori, così come erano stati impostati, la discarica di Europa, fu responsabile in maniera preponderante di queste violazioni amministrative. Nel 2009 si hanno i più grossi ampliamenti, che noi paghiamo oggi, delle discariche, con particolar riferimento a Siculiana e Oikos, 2,7 milioni di metri cubi per Oikos, 3 milioni di metri cubi per Catanzaro costruzioni. Gli istruttori della pratica correttamente si chiedono perché dare questa volumetria così ampia in quel territorio, perché Trapani debba avvalersi di questo, perché a Siculiana e non a Enna o in qualsiasi altro posto della regione siciliana, in quanto non era motivato, perché questa volumetria spaventosa, perché non ci fosse nulla sull’impianto di biostabilizzazione, che nel 2003 era un obbligo di legge. Purtroppo la storia italiana è fatta anche di deroghe, e di anno in anno si andò avanti con deroghe all’applicabilità della normativa europea sulla biostabilizzazione. Nel 2008 la Comunità europea si arrabbia e dice basta all’Italia, quindi il dottor Lupo come direttore del Ministero dell’ambiente emana una circolare in cui impone che non possa essere rilasciata alcuna autorizzazione senza l’impianto di biostabilizzazione, a meno che non si tratti soltanto di discariche in corso di gestione.

Come interpreta la regione siciliana questa cosa? Che quello è un ampliamento. Fra l’altro, questa vasca V4 è anche fisicamente distinta dalle altre vasche, da cui è divisa da una strada pubblica, e 3 milioni di metri cubi non possono mai essere un ampliamento di discarica, come neanche i 2,7 milioni di Oikos. Nonostante quanto rilevato, inoltre, ritiene di non imporre l’impianto di biostabilizzazione. Vi consegno la relazione».
Ma sul più bello riparte la secretazione e dunque perdiamo ancora passaggi di una storia che sembra molto interessante, anche se da quello che si capisce Marino denuncia una serie inaudita di, come vogliamo chiamarli…presunti favoritismi e presunte concessioni benevole. Non possiamo chiamarli diversamente perché, da quel che si capisce dalla parole del magistrato, il Noe è sceso in campo ma non ci sarebbero stati esiti giudiziari (a meno che non ci siano ancora indagini o nuove indagini in corso e allora la lasciamo che sia eventualmente la Giustizia a pronunciarsi su quei fatti denunciati da Marino). Ma non possiamo chiamarli diversamente perché abbiamo la versione di Marino e attendiamo quella, si presume rovente, di Catanzaro. Quel che sappiamo per certo è cheMarino si è già espresso in un suo giudizio, parlando di «casi di scuola di palesi violazioni della normativa, gravissime violazioni di leggi poste in essere dal territorio e ambiente a favore della Catanzaro costruzioni».
Ma tanti altri passaggi scottanti, nella relazione di Marino, certo non mancano, soprattutto quando passa a parlare di Oikos. «Almeno Catanzaro gestiva la discarica in maniera corretta nel rispetto della normativa ambientale – proseguirà in audizione Marino –invece Oikos era un disastro, tanto che trasmisi gli atti, perché se ne occupava la procura di Palermo perché le autorizzazioni erano state rilasciate a Palermo, quindi la competenza territoriale era di quella procura, ma per eventuali reati ambientali la competenza è di Catania e infatti sia per Mazzarrà che per Oikos furono trasmessi alla rispettiva autorità giudiziaria anche agli atti della relazione. Credo ci siano dei procedimenti, però non posso aggiungere altro.

Per quanto riguarda Oikos furono revocate tutte le autorizzazioni precedenti, c’è un problema di post mortem, una situazione gravissima anche sotto il profilo della tutela ambientale. La Regione siciliana avrebbe dovuto esercitare (questo vale anche per le vasche esaurite della Catanzaro costruzioni nella discariche Siculiana) le azioni di risarcimento danni. Anche se non ci sono responsabilità penali, non devi valutarle tu, in quanto non sei estraneo a quei princìpi di terzietà e indipendenza, che appartengono non soltanto alla magistratura, ma anche all’alta amministrazione, come cercavamo di far capire ai dirigenti della Regione siciliana e anche ai politici, che pressano troppo sui dirigenti. Alcuni dirigenti hanno avuto purtroppo la debolezza di cedere alle richieste della politica e ne hanno anche pagato le spese.

La regione aveva il dovere di intraprendere azioni di risarcimento danni perché, ad esempio, l’impianto di biostabilizzazione è una condizione essenziale del contratto. Nessuno si è accorto nel 2007 che è stato violato il contratto e manca l’impianto di biostabilizzazione? Ci sarebbe un problema di autorizzare ampliamenti alle discariche, come sono stati dati nel 2008 e nel 2009? No».
Insomma, per essere oxfordiani, la situazione della gestione ambientale vista dall’ex assessore all’energia è un verminaio, con evidenti, come vogliamo chiamarle di nuovo,…stranezze.
Ed infatti Marino poco dopo sarà chiaro e tondo: «Quello che noi viviamo oggi, compreso l’esaurimento delle discariche, è il frutto di una palese gestione illecita dell’amministrazione pubblica e, leggendo tutte le relazioni, potrete verificarlo. I prezzi di conferimento in discarica chiaramente si riversano sulla tariffa, ma nessuno aveva mai accertato e (non ci arriverò neanch’io perché sono costretto ad andar via) nessuno ha mai accertato se l’investimento dell’imprenditore in 100 autisti e 100 autobotti fosse gonfiato. Nessuno l’ha mai verificato, e tutto questo modificava, unitamente ai prezzi di trasporto, i prezzi di conferimento in discarica. Questo è uno dei lavori della Commissione, non so se i miei successori abbiano spinto per questo accertamento, ma è essenziale compierlo e nessuno l’ha mai fatto.

Mi hanno chiesto a volte se potremmo avere in Sicilia problemi come nella Terra dei fuochi, ma non lo sappiamo perché sono mancati in Sicilia (e questa è un’altra grande responsabilità) i veri controlli di Arpa e provincia. Non sono i 3 carabinieri del Noe a Palermo e i 3-4 a Catania, anche perché il processo penale deve essere residuale, ci deve essere la capacità della pubblica amministrazione di ripristinare la legalità, non possiamo delegare sempre al processo penale, alle indagini, perché il processo penale può anche non raggiungere i suoi effetti per ragioni varie, ma c’è una responsabilità morale, amministrativa, politica, penale, e sono concetti assolutamente diversi, come si cercò di dimostrare.

Sono convinto che, se l’ipotesi investigativa che i colleghi di Palermo seguono è quella di un pagamento di tangenti a monte e poi per l’intervento della Corte di giustizia e per la gara deserta nel 2009 non fu possibile per i privati che si aggiudicarono e furono i firmatari delle convenzioni rientrare in un’ipotesi investigativa di quel denaro, anche perché la Catanzaro costruzioni faceva parte di una delle Ati che si aggiudicò, l’ampliamento delle discariche è sospetto.
Mi sono chiesto perché Lombardo facesse due cose contrapposte, ma la verità è che quella dei termovalorizzatori dal mio punto di vista fu una guerra politica vera e propria con il senatore Firrarello che spingeva per il discorso dei termovalorizzatori. La guerra sui termovalorizzatori, più che essere una guerra di giustizia (poi magari i fini di giustizia coincidono casualmente con altri fini, come sempre capita), mi è sembrata una guerra politica, perché non si giustifica assolutamente l’ampliamento a dismisura delle discariche del 2009 proprio sotto la gestione Lombardo».
E così scopriamo, dalla viva voce di Marino e della sua versione dei fatti, che l’antimafia vive di vicende surreali, che i termovalorizzatori erano terreno di una guerra politica personale, nessuno in Regione verificava o controllava nulla, dai tariffari alla necessità di assumere, che i controlli sanitari erano zero (sono ancora zero?), che i Carabinieri erano (sono ancora?) quattro di numero e poco potevano e ad un certo punto volarono tangenti o quantomeno era (o è) questa un’ipotesi investigativa della Procura di Palermo anche se non ho capito bene per cosa siano volate, forse per l’ampliamento delle discariche (tutte, una, alcune? Boh?).
Insomma, come riassumerà al termine dell’audizione il presidente della Commissione parlamentare Alessandro Bratti (Pd) «sono passati cinque anni ma sembra che non sia successo assolutamente nulla, anzi alcune questioni sono peggiorate. Questa come legislatori e uomini delle istituzioni è una triste e amarissima constatazione».
Sarebbe però il caso di mettere un punto fermo almeno in Commissione (si tratta di una Commissione d’inchiesta), anche perché la guerra, pure a colpi di querele milionarie traMarino e Catanzaro e di denunce in varie procure e alle Commissioni parlamentari sui rifiuti e antimafia, prosegue come detto da anni e anche perché non solo Giuseppe Catanzaro è vicepresidente di Confindustria Sicilia ma anche perché la “ggente” vuole capire.
Nell’occasione del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale riunitosi a Caltanissetta il 22 ottobre 2013 e dunque in periodo se non sbaglio immediatamente precedente alla contesa sulla gestione dell’ambiente in Sicilia di cui ho scritto, fu proprio la Dia, ad esempio, all’epoca guidata dal colonnello Gaetano Scillia, a citare, ma in ben altro e lusinghiero modo, Giuseppe Catanzaro (il quale, ricordiamo anche, è tra i protagonisti, con le sue accuse formalizzate con coraggiose denunce, di processi contro la mafia agrigentina e quindi, capirete, cari lettori di questo umile e umido blog, la bussola si perde e si confonde).
La Dia consegnò al ministro dell’Interno Angelino Alfano una relazione in cui si legge: «Da un pò di tempo a questa parte, invece, si assiste, sempre di più, ad una crescente reazione delle organizzazioni mafiose e dei suoi poteri collegati (come ad esempio quello dei “colletti bianchi”) contro l’azione di contrasto alla criminalità organizzata, nonché contro l’opera di legalità posta in essere in questi anni dall’associazione confindustriale di Caltanissetta e, in generale, da quella regionale. Appare ormai evidente, infatti, l’incessante azione denigratoria e di intimidazione che viene condotta (con varie modalità e diversificati strumenti) nei confronti della nuova classe dirigente confindustriale siciliana, costituita dal Cav. Lav. Antonello Montante, dal dr. Ivan Lo Bello, da Giuseppe Catanzaro, Marco Venturi e altri dirigenti), frequentemente aggredita anche attraverso il metodo della diffamazione e del discredito mediatico».
Per ora mi fermo ma domani torno con un nuovo e incredibile approfondimento, sempre sulla gestione ambientale in Sicilia.



COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI AUDIZIONE NICOLO’ MARINO

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE ALESSANDRO BRATTI
  La seduta comincia alle 17.05.
  (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).
Sulla pubblicità dei lavori.
  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso. 
(Così rimane stabilito).
  
Audizione dell'ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana, Nicolò Marino.
  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione dell'ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana, dottor Nicolò Marino, che ringrazio per la sua presenza. L'audizione odierna si colloca nell'ambito dell'approfondimento che la Commissione sta svolgendo sulla regione siciliana. 
Ricordo inoltre che, secondo quanto stabilito dall'Ufficio di Presidenza e integrato dai rappresentanti dei Gruppi, nelle riunioni del 10 e 17 febbraio scorsi la Commissione prima di recarsi in Sicilia per le due missioni il 9 e 13 marzo, il 23 e 28 marzo, ascolterà in audizione anche la dottoressa Vania Contraffatto, assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana mercoledì 25 febbraio alle ore 14.00, e il dottor Marco Lupo, ex dirigente generale del Dipartimento della regione siciliana delle acque dei rifiuti ed ex commissionario per l'emergenza dei rifiuti da aprile a dicembre 2013, che audiremo mercoledì 4 marzo alle ore 14.00. 
Prima di dare la parola al nostro ospite, poiché alcuni commissari nella scorsa legislatura non erano presenti ricordo che noi avevamo fatto un abbondante approfondimento sulla Sicilia e sulla situazione di emergenza che allora presente, che è stato oggetto di una relazione al Parlamento. Le problematiche erano tante, si parlava ancora di ATO, il presidente Lombardo si era appena insediato, quindi cercammo di verificare alcune situazioni di grande criticità che riguardavano la gestione dei rifiuti.
  
 In particolare, eravamo andati a Palermo e verificammo la situazione di grande emergenza esistente relativamente sia alla discarica di Bellolampo, sia alla società Amia che allora gestiva il ciclo integrato dei rifiuti.
 Visto che ci occupavamo di illeciti collegati al ciclo dei rifiuti, quindi non solo di carattere ambientale amministrativo ma anche su eventuali infiltrazioni della malavita organizzata, rilevammo una situazione molto problematica per quanto riguardava l'indebitamento degli ATO, che rasentava gli 800 milioni di euro, e per la presenza di impianti dove erano state realizzate importanti indagini sull'infiltrazione di malavita organizzata. Alcune discariche sono ancora ancora oggetto di discussione nel messinese e nel catanese.  
 C'erano quindi diverse situazioni veramente critiche, così come erano critiche le gestioni di alcune aziende. Tra l'altro, crediamo che una di queste, la Aimeri del gruppo Biancamano, sia in grande sofferenza, perché già due volte abbiamo provato a interloquire con questi soggetti e non si sono presentati né in Veneto, né in Liguria, per cui presumo che ci siano nelle problematiche importanti che riguardano questa azienda la cui proprietà è siciliana. Ci sono anche altre questioni che vedremo nel corso del tempo. 
C'era inoltre la vicenda della famosa gara dei termovalorizzatori che poi non fu mai eseguita, dove c'erano o si ipotizzavano infiltrazioni della malavita, quindi la situazione legata al ciclo dei rifiuti è complicata.
 Visto che la Sicilia è importante anche per la presenza di siti industriali come Priolo, Siracusa e Gela, avevamo fatto anche una serie di approfondimenti su questi siti di interesse nazionale. Tra l'altro ricordo che la nostra terza visita in Sicilia sarà focalizzata su alcuni di questi siti di interesse nazionale, per verificare lo stato delle bonifiche.
 Poi c’è stato un nuovo Governo a cui lei ha partecipato come protagonista, abbiamo letto sulla stampa diverse dichiarazioni, quindi ci stiamo accingendo a fare un aggiornamento sullo stato di salute della Regione siciliana per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, argomento che oggi le chiediamo di affrontare. 
Avverto il nostro ospite che della presente audizione sarà redatto un resoconto stenografico e che, se lo riterrà opportuno, consentendo la Commissione, i lavori proseguiranno in seduta segreta, invitando comunque a rinviare eventuali interventi di natura riservata alla parte finale della seduta. Se lei dovesse dire cose che ritiene di dover secretare perché ci sono indagini in corso o perché ritiene che possano essere oggetto di indagini, ce lo dice e ci mettiamo in segreta alla fine dell'audizione.   
Le cederei subito dopo la parola perché ci faccia il quadro anche rispetto ad alcune dichiarazioni che lei ha pubblicamente rilasciato.
  
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Buona sera, aggiungerei, presidente, anche il servizio idrico integrato per due grossi fallimenti di cui penso sia importante che vi occupiate.
  PRESIDENTE. Come sa, la legge istitutiva della Commissione stabilisce l'ambito nel quale ci dobbiamo muovere. Siamo sicuramente competenti per quanto riguarda la depurazione delle acque. Quindi, se il tema che lei vuole sollevare riguarda questa questione specifica o appalti o illeciti di carattere amministrativo o ambientale che abbiano a che fare con la parte terminale del ciclo di depurazione delle acque, l'utilizzo dei fanghi piuttosto che i sistemi di depurazione di collettamento, siamo una sede competente; mentre se lei tratta altri argomenti, la ascoltiamo volentieri, ma dobbiamo rimanere nell'ambito delle competenze stabilite dalla nostra legge istitutiva.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Ho assunto l'incarico quando sono stato autorizzato dal Consiglio superiore della magistratura il 12 dicembre del 2012 e ho ultimato l'incarico di Governo il 14 aprile 2014. 
Quando Crocetta, che già conoscevo perché avevo svolto le funzioni alla direzione antimafia di Caltanissetta, nel cui territorio di competenza era compresso il comune di Gela, mi chiese di dare una mano, misi in chiaro quale sarebbe stata l'impostazione che avrei dato. Nel periodo in cui il Consiglio superiore prese il suo tempo per rilasciare il nulla osta per andare in aspettativa, mi misi in ferie e cominciai a studiare le problematiche, anche perché da lì alla fine di dicembre, quindi entro pochissimi giorni, si sarebbe posto il problema della estinzione degli ATO e bisognava fare una legge di
proroga, inoltre si poneva un altro problema riguardante il servizio idrico integrato. 
Facemmo una legge ponte, che poi doveva arrivare al disegno di legge cosiddetto «sull'acqua pubblica», che tuttora è approvato in Commissione e bloccato da quando io sono andato via.
Qual era l'impostazione che io avrei dato? Innanzitutto capire nel settore dei rifiuti, di cui mi ero anche occupato come magistrato, alcune problematiche che avevano determinato una situazione di monopolio nella gestione delle quattro discariche private, Catanzaro Costruzioni a Siculiana, Oikos a Catania, Sicula Trasporti a Catania, Mazzarrà Sant'Andrea in quel di Messina.   
Si era arrivati a una situazione di questo tipo perché le discariche pubbliche, sempre e comunque mal gestite, erano pressoché esaurite; quindi vi era un vero e proprio monopolio in tutto il territorio siciliano.
   
Per assumere le decisioni per quanto riguardava i giudizi instaurati per la vicenda dei termovalorizzatori dalle quattro capogruppo delle ATI che avevano firmato le convenzioni, innanzitutto cercai di capire la situazione; la quale era assolutamente chiara: vi era un problema serissimo nei profili autorizzativi in capo all'Assessorato al territorio ambiente, che avevano determinato quello stato di monopolio delle discariche.
 Con la legge n 3 del 2013, in pochi giorni riuscimmo da un lato a prorogare per l'ultima volta gli ATO, perché poi fui io a mettere fine agli ambiti ottimali e a quel tipo di gestione, togliemmo l'AIA all'Assessorato al territorio e ambiente, perché il problema era lì, in quanto avevamo capito che il profilo autorizzativo aveva determinato anche situazioni di illiceità, tanto che i lavori della Commissione costituita vennero fatti propri anche dal G.I.P. di Palermo quando è intervenuto sulsequestro della discarica Oikos di Catania e dall'autorità giudiziaria di Barcellona Pozzo di Gotto che è intervenuta per Mazzarrà. 

Quando intervenne però Barcellona io già ero andato via, ma i lavori erano stati fatti sotto la mia gestione. Non avevamo la sfera magica e vi racconto un particolare. All'inizio neanche l'assessore al ramo si rese conto di quello che stavamo facendo, quando se ne resero conto ci fu una levata di scudi:
molti dipendenti, compreso quel Canova che poi è stato arrestato per corruzione dall'Autorità giudiziaria di Palermo, decisero di trasferirsi al Dipartimento acque e rifiuti,   perché evidentemente pensavano di poter continuare una gestione similare, e chiaramente noi non abbiamo ascoltato. 
Devo dire da subito, perché questa è stata una   querelle durissima, che l'Assessorato al territorio e ambiente, direttore generale Gullo, assessore Lo Bello resistettero per la trasmissione degli atti che riguardavano l'AIA, tanto che dopo quattordici mesi non avevamo ancora avuto gli atti. 
Tutto questo si è tradotto, come il dottor Lupo potrà chiarire ancora meglio perché molte delle sue note sono state trasmesse al Segretario generale per stigmatizzare la grave condotta omissiva di quell'assessorato che, nonostante ci fosse questo passaggio normativo completamente diverso, ritenne che l'ultima parola spettasse comunque all'Assessorato al territorio e ambiente. Il dottor Lupo potrà produrre questi atti.  
  PRESIDENTE. Mi scusi, un chiarimento, magari chi è siciliano conosce la strutturazione delle responsabilità della Giunta. Come vi eravate divisi le deleghe? Questo è importante per capire il contesto.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. AIA e VIA erano chiaramente inglobate nell'Assessorato al territorio e ambiente, io dirigevo l'Assessorato all'energia, di cui faceva parte il Dipartimento acque e rifiuti oltre che il Dipartimento energia. Chiaramente togliendo l'AIA eravamo i gestori del procedimento e anche della programmazione che doveva riguardare le varie discariche. Questa fu per noi la conferma dei grossi problemi che si erano verificati. 
Dal 5 gennaio 2013 l'AIA spettava all'assessorato al territorio e ambiente, ad aprile 2014, forse solo gli ultimi giorni, vennero trasmessi gli atti con una serie di contestazioni durissime per iscritto poste in essere dal dottor Lupo.
 Termovalorizzatori. Sapete che gli assessorati in Sicilia hanno la legittimazione attiva e passiva, quindi, prescindendo dalla costituzione in giudizio perché era stato chiamato in giudizio il Presidente della regione siciliana per la vicenda dei termovalorizzatori, mi costituii autonomamente.   
Faccio una breve parentesi: l'atto che portò alla revoca di tutti gli atti autorizzativi per le convenzioni stipulate (la gara è del 2002, le convenzioni furono stipulate nel 2003, qui ho una relazione che vi posso mettere a disposizione) fu posto in essere nel 2010 dal Governo Lombardo, dall'assessore Pier Carmelo Russo, che revocò tutti gli atti amministrativi.
   
Per tutta risposta il gruppo Falck e gli altri capigruppo delle quattro associazioni temporanee di impresa iniziarono un doppio giudizio: davanti al giudice amministrativo, ritenendo illegittime in violazione di legge le revoche amministrative attuate, davanti al giudice civile di Milano per la causa di risarcimento danni, che ammontavano a 700 milioni di euro.
   
Pier Carmelo Russo era diventato poi il difensore della Regione. Era accaduto che, siccome la gara era stata bandita   Pag. 9con i poteri emergenziali dall'allora presidente della regione Cuffaro nel 2002, l'Avvocatura distrettuale dello Stato difendeva chiaramente chi aveva determinato quella situazione. 
L'Ufficio legislativo e legale della regione siciliana non era in grado (l'aveva anche messo per iscritto) di resistere in giudizio, quindi si poteva far ricorso al difensore privato. Pier Carmelo Russo ha fatto un atto di revoca straordinario sotto il profilo amministrativo, dismise i panni di assessore e assunse i panni di avvocato. Me lo trovai come avvocato alla regione siciliana e mi prospettò immediatamente una situazione gravissima, che troverete poi nella relazione. Lo sintetizzo, ma, se vado per le lunghe, bloccatemi.  
  PRESIDENTE. Vada, abbiamo tempo.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Nel 2002 si bandisce questa gara con la procedura delle concessioni, in violazione della normativa europea che prevedeva invece la gara con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea. Nel 2003 vengono stipulate queste convenzioni con quattro ATI, vengono escluse altre tre ATI. Era un bando surreale, perché sostanzialmente su venticinque ATO non dovevano sovrapporsi queste quattro offerte. Troverete uno studio matematico che dimostra come fosse impossibile che non si potessero sovrapporre le offerte. 
Nel 2007 interviene la Corte di giustizia e annulla tutte le convenzioni, dice alla Regione che deve procedere con la gara europea. La regione siciliana fa finta di non capire e con il Dipartimento presso l'Assessorato al territorio e ambiente bandisce la gara, ma con un accordo con le ATI che viene   esternalizzato: chi dovesse aggiudicarsi la gara avrebbe dovuto risarcire del danno emergente, ma anche del lucro cessante. La gara andò deserta. 
Fermiamoci qui perché questo
avviene nel 2009 e, così come è predisposta, la gara è un esempio scolastico di turbativa. Ebbi modo di parlare con il dottor Di Matteo e il dottor Del Bene, i colleghi che seguivano a Palermo le procedure penali, e partivano da un pagamento a monte nel 2002 delle tangenti come ipotesi investigativa. Se ricordate, anche una procura del nord si occupò di questa vicenda e credo anche il dottor Scarpinato, allora procuratore aggiunto a Palermo, venne sentito dalla Commissione antimafia o ecomafia.
 Dissi loro che noi avevamo un problema serio. Nel frattempo avevamo vinto davanti al TAR e al CGA, che parlavano di un cartello in violazione di legge costituito dalle quattro ATI anche nel 2009.   
Il gruppo Falck si fece avanti per un'ipotesi di transazione a costo zero sia per loro che per noi. Le sentenze sia del TAR che del giudice amministrativo purtroppo non fanno fede nel procedimento civile, il procedimento penale ancora era nella fase delle preliminari investigazioni, c'era il rischio di subìre davanti al giudice civile di Milano una condanna alla regione siciliana per 600 o 700 milioni di euro.
 Ritenni quindi opportuno, oltre che trasmettere ai colleghi della procura di Palermo gli atti che non avevano sia del TAR che del CGA, che acclaravano questa situazione di palese illiceità (usa il termine «illegittimità», ma solo formalmente perché di fronte a vera e propria illiceità, descritta in maniera piena dai due giudici amministrativi), dissi che, siccome sulla turbativa nel 2009 non c’è alcun dubbio, ma sussiste il rischio di prescrizione, avrei attivato l'azione riconvenzionale per 800  milioni di euro, interrompendo anche i termini nei confronti delle quattro ATI. Sarebbe stata un'azione straordinaria a tutela delle ragioni della Sicilia. 
Poi ho lasciato e non so quale sia lo stato dell'arte. Con Crocetta ci furono diverse discussioni, perché lui sostenne pubblicamente una cosa destituita di fondamento, cioè che avevo attivato una procedura di transazione. Assolutamente no, e ci sono tutti gli atti di Giunta: avevo interrotto i termini e chiesto una delibera di Giunta per esercitare l'azione riconvenzionale. Tutto questo è documentale e non aggiungo altro. Alcune esternazioni del presidente purtroppo sono state sempre su questa linea e non capisco perché. Mi fermo sulla vicenda termovalorizzatori.   
Posso mettervi a disposizione gli atti. Vi è anche una sintesi con riferimento a una delibera di costituzione in giudizio, dove si possono individuare elementi seri di responsabilità, ma che credo sia inutile leggere.
  
  PRESIDENTE. Ci ha dato il riferimento, poi lo troveremo noi. I documenti che eventualmente ci può lasciare...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. No, vi lascio tutto. Ho anche una cartella che ho tirato fuori dal mio computer prima di andare via, che vi posso fornire. 
Deposito l'atto trasmesso il 13 settembre 2013 alla procura della Repubblica presso il tribunale di Palermo all'attenzione del procuratore Messineo e del procuratore aggiunto Agueci che coordinava le investigazioni in quel settore. Troverete riportate anche la sintesi e le valutazioni del giudice amministrativo, non c'era ancora la sentenza del CGA, che vi farò avere (o lo dirò a Marco Lupo) in modo che abbiate il quadro completo.
Vorrei leggere un brevissimo passaggio a pag. 22 della nota. È il giudice amministrativo che scrive: «quello che si ipotizza e su cui sono in corso le indagini è che le violazioni di natura amministrativa riscontrate nella procedura per la stipula delle convenzioni non siano state semplicemente il frutto di un errore di valutazione degli organi amministrativi, ma siano invece uno dei segnali più evidenti di una gara veramente apparente, in cui tutto era già deciso a tavolino». Questo è uno dei passaggi che anche il CGA farà proprio. Posso lasciare questa nota.   
Da un'altra nota che ho trasmesso alla procura di Palermo si evince che la gara del 2009 fu preceduta da un accordo, dal mio punto di vista di magistrato illecito, fra i vertici dell'ARRA e le ATI proprio sul problema del risarcimento danni, cioè i presupposti per determinare che la gara andasse deserta.
 A febbraio si palesò purtroppo la grave situazione di Bellolampo. Vi era stata una gestione emergenziale di tre anni prima, in cui non si era mai fatto nulla, anzi era addirittura servita per pagare circa 100 milioni di euro destinati agli ATO e quindi ai debiti che gli ATO avevano con i gestori delle discariche private.  
 Mi chiamò il procuratore Messineo, che era stato anche mio procuratore a Caltanissetta, e mi disse che la situazione di Bellolampo era gravissima, vi era un importante sversamento di percolato, la quinta vasca all'epoca esistente si sarebbe esaurita ad aprile o maggio e non potevano più tergiversare sul sequestro preventivo che avevano in animo di fare, anche perché la situazione era obiettivamente difficile.
 Quando Bellolampo era stata chiusa nell'estate del 2012 per un incendio, i costi di gestione per trasferire rifiuti al di fuori della Sicilia erano stati immani, quindi a volte dovevi scegliere tra la cosa meno illecita da portare avanti e il danno minore.
 Il dottor Messineo mi disse che avrebbe fatto il sequestro preventivo e mi avrebbe affidato la gestione della discarica con facoltà di subdelega, anche perché ero un organo politico e no  n avevo poteri amministrativi, e nominai il dottor Lupo. 
Fu una corsa contro il tempo. Uno degli aspetti più positivi che riuscimmo a instaurare era questa grande sintonia con tutte le altre istituzioni in settori dove se non ci si dà una mano non ne vieni mai fuori, quindi la procura della Repubblica di Palermo, la Corte dei conti e così via. Riuscimmo a fare l'impossibile, perché prima che si esaurisse la quinta vasca riuscimmo a fare il primo lotto della sesta vasca entro giugno e a bandire la gara per la biostabilizzazione, e anche per il secondo   step della differenziata, anche se la situazione di Palermo sotto questo profilo è drammatica. 
Impedimmo che Palermo rivivesse i giorni tristi della Campania, anche se il problema della sesta vasca era particolare, perché dove doveva sorgere, essendo un po’ in pendenza, solo una gestione perfetta potrebbe in futuro impedire (sotto di noi non avvenne) un possibile sversamento di percolato. Credo che qualche problema oggi ci sia.
  
  PRESIDENTE. L'avevamo visto la scorsa volta. È una vasca su un pendio.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Chiaramente la gestione emergenziale pregressa nulla aveva fatto per Bellolampo e tutto parte sotto la gestione del dottor Lupo e mia. 
Riuscimmo quindi a mettere delle pezze e ad avviare il percorso più corretto che doveva essere seguito anche per la gestione della discarica, tutto chiaramente al costo sopportato dalla regione siciliana.
Il problema serio era Amia, perché poi verrà dichiarata fallita e sapete che c’è un procedimento penale che riguarda anche gli amministratori, ma non ho notizie più precise. Certamente il comune di Palermo costituisce una nuova società, che doveva, dovrebbe o dovrà gestire questa discarica di Bellolampo, ma, come ho detto più volte e ha detto anche il dottor Lupo al sindaco Orlando, purtroppo l'impostazione è quella stessa di Amia, quindi il fallimento è dietro l'angolo sotto questo profilo.   
Peraltro, nei finanziamenti di Amia non era ricompresa la gestione dalla discarica. Se voi andate a vedere la costituzione di Amia e gli obiettivi contrattuali che doveva raggiungere, non è detto nulla su quello che la società doveva disporre per investire sulla discarica, gestire, progredire. Conoscete la composizione di Amia: i raccoglitori sono sempre di meno, tutti sono diventati dirigenti, grosse infiltrazioni anche nel tessuto del personale, come è emerso anche dall'attività dell'autorità giudiziaria di Palermo.
 Fu il dottor Teresi che si occupò della gestione del sequestro preventivo. Con lui interloquii direttamente e gli rappresentai che nello stesso periodo avevamo chiesto all'allora Governo Monti di dichiarare l'emergenza sull'intero ciclo dei rifiuti per quanto riguarda Bellolampo. Stentammo, ma alla fine riuscimmo.  
  PRESIDENTE. Quindi su tutta Palermo.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Su tutta Palermo. Per Palermo sull'intero ciclo dei rifiuti, sul resto del territorio siciliano limitatamente all'impiantistica. Vi dico subito, perché questo fu poi oggetto di molte discussioni con persone di Confindustria, che tutti sapevano e lo sapeva anche l'assessore al ramo, perché nel Governo Crocetta vi è sempre stato sia nel Governo Lombardo e tuttora vi è la signora Vanchieri un assessore che è in quota a Confindustria, che noi avremmo utilizzato...
  PRESIDENTE. Il fatto di Confindustria è strano.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Ma è così.
  PRESIDENTE. Diciamo che «fa parte di», però non può essere in quota a Confindustria.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Solo se facciamo gli struzzi.
  PRESIDENTE. Ho capito, il significato è molto chiaro.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Su tutta Palermo. Lo dico io. Mi risulta personalmente che è in quota a Confindustria. Sapeva quindi perfettamente che avremmo utilizzato l'emergenza rifiuti per potenziare soltanto il settore pubblico, perché mai nella storia della regione siciliana, che è fatta di tante emergenze, furono utilizzati i fondi per favorire il settore pubblico. A Bellolampo raggiungiamo quindi quel risultato. 
Cosa si voleva fare per quanto riguarda il resto del settore della regione siciliana in materia di rifiuti
? Si voleva innanzitutto iniziare a bilanciare il monopolio dei privati nella gestione delle discariche, perché era una situazione surreale: il gestore privato, dimentico di esercitare un servizio di interesse pubblico (intervenni poi con una circolare in materia),   chiudeva la discarica al comune che non corrispondeva il prezzo alle condizioni talvolta dovute a richieste unilaterali di modifica contrattuale da parte del gestore. 
Avveniva il surreale che Monreale andava ad abbancare a Catania, quindi gli autocompattatori viaggiavano, con buona pace della tutela ambientale, per tutto il territorio siciliano proprio per questa ragione. Qualche sindaco nel messinese (non me ne vorranno se ci sono deputati del messinese) un po’ ci ha marciato a non pagare i prezzi di conferimento, però in gran parte il problema era serio e, come sapete, ha determinato l'indebitamento degli ATO e di tutti i comuni.   
Viene dichiarata l'emergenza, il 20 dicembre del 2013 riusciamo a pubblicare tre bandi per tre discariche.
Sapevamo già la situazione di Mazzarrà Sant'Andrea, perché avevamo un monitoraggio e prescindendo dai lavori della Commissione sapevamo cosa sarebbe accaduto, quindi uno a Messina, Enna abbancava a Catania, quindi Enna, dovevamo creare una concorrenza su Siculiana e quindi ripotenziare Gela, non perché fosse la terra di provenienza del presidente della regione, ma perché logisticamente si imponeva di intervenire lì.  
  PRESIDENTE. Scusi: Messina, Enna, e...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. E Gela. Attenzione, facendo piattaforme pubbliche, quindi non solo la vecchia discarica, ma un impianto dotato di quello che dal 2003 era un obbligo di legge, dimenticato in gran parte del territorio nazionale e sicuramente in Sicilia, cioè la biostabilizzazione.
 Se avessimo autorizzato anche una vecchia discarica, anche i privati, con tutte le violazioni ma con l'impianto di biostabilizzazione funzionante, certamente oggi non ci sarebbe il problema di esaurimento delle discariche.
 In sede di conversione veniamo convocati con il dottor Lupo dalla Commissione ambiente congiunta del Senato e della Camera presieduta dal senatore Marinello prima dell'estate del 2013, comunque poco prima della scadenza dei sei mesi.  
  PRESIDENTE. Era già l'ultimo Governo.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. C'era Letta.
  PRESIDENTE. Il senatore Giuseppe Marinello è presidente della Commissione ambiente al Senato in questa in questa legislatura, quindi di che anno si trattava?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Nel 2013. All'improvviso veniamo convocati, l'utilizzo dell'emergenza era stato finora fallimentare, quindi ci fu chiesto se intendessimo continuare come prima, e con il dottor Lupo rispondemmo a tutto. 
Dopo l'audizione apprendemmo che vi era stata una nota a firma congiunta di Legambiente e del vicepresidente di Confindustria Catanzaro, gestore della discarica privata, mai trasmessa all'assessorato. Devo dire che correttezza istituzionale avrebbe voluto che in sede di audizione venissimo informati, perché già disponevano di questa nota, ma nessuno ha ritenuto di informarci. Sostanzialmente cosa si dice in questa nota di Catanzaro
?  Nulla quaestio per Palermo, perché posso valutare positivamente l'intervento di Legambiente, perché ogni violazione...
  PRESIDENTE. Scusi, nota a firma Confindustria-Legambiente? Era firmata da Catanzaro come responsabile...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Si chiama Fontana il Presidente di Legambiente...
  PRESIDENTE. Legambiente Regione Sicilia, non Legambiente nazionale, quindi Confindustria Sicilia e Legambiente Sicilia?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Sì, perfetto. In questa nota si dice che l'emergenza finora è servita, come emerge dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sempre sulla Sicilia, per le infiltrazioni mafiose, quindi sostanzialmente si metteva in dubbio anche l'operato di un Governo che avrebbe fatto dell'emergenza l'utilizzo che aveva anticipato. Copia una parte di quella relazione, non dice niente sull'emergenza per Palermo, mentre si oppone alla declaratoria dell'emergenza sul resto del territorio siciliano limitatamente all'impiantistica.
 Ogni violazione della normativa ambientale certamente desta sospetti in Legambiente e quindi ritenni corretta quella impostazione, anche se mi sarei aspettato da Legambiente la stessa cosa per Palermo, che aveva vissuto esattamente la stessa situazione. Guarda caso, tutto si concentrò invece sull'impiantistica e mi stupii che un uomo di Confindustria, che magari avrebbe dovuto spingere per le nuove tecnologia, per i lavori di impresa, si opponesse sotto quel profilo.   
Venne comunque concessa, così come era stata disposta dal Governo Monti, l'emergenza in Sicilia che utilizzammo per quanto riguarda l'impiantistica, escludendo Palermo, per fare quei tre impianti. Per Gela succede una cosa particolare.
  
  PRESIDENTE. Scusi, solo per capire: l'emergenza impiantistica assegnando un commissario?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Sì, il presidente Crocetta con subdelega al dottor Lupo.
  PRESIDENTE. Viene dato quindi il commissariamento al presidente della Regione, che a sua volta lo subdelega al commissario straordinario Lupo.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Sì, il direttore generale del Dipartimento acqua e rifiuti. Mentre per Enna e per Messina avevamo già la VIA, non c'era la VIA per Gela. Il dottor Lupo aveva convocato la conferenza di servizi per il 20 dicembre 2013. Riceviamo il 19 dicembre una lettera del dottor Gullo, il direttore generale del Dipartimento territorio ambiente, il quale sostiene che nessuna VIA si poteva rilasciare, atteso che il piano rifiuti era privo di Valutazione ambientale strategica (VAS). 
Preciso che il piano rifiuti che era stato approvato dal ministro nel 2012 con la procedura emergenziale e la VAS in effetti non c'era. Aggiungo che comunque tutta la procedura di VAS era stata attivata immediatamente dal dottor Lupo già dal febbraio-marzo 2013.   
Ci stupimmo, anche perché il dottor Gullo qualche giorno prima aveva rilasciato la VIA per altri impianti privati, quindi non si comprendeva come mai sorgesse il problema, in quanto sembrava che tutti i problemi si addensassero nel momento in cui si volevano fare strutture pubbliche.   
Con il dottor Lupo chiamammo il presidente Crocetta e vi fu una riunione con l'assessore Lo Bello, il dottor Gullo, ildottor Marco Lupo e chi vi parla. Il dottor Lupo contestò quello che era avvenuto, stupendosi anche perché a sorpresa era arrivata quella nota. Con grande candore il dottor Gullo disse che gli avevano predisposto questa lettera (stiamo parlando del direttore generale, la massima autorità ambientale regionale amministrativa) che aveva firmato senza leggerla. 
Quella fu una delle tante occasioni in cui chiesi a Crocetta di rimuovere Gullo. È stato rimosso da poco, ma purtroppo non è stato ancora sostituito, perché il dottor Lupo, a cui era stato chiesto di rientrare in regione perché è un dirigente esterno, ha ritenuto di mantenere l'incarico di presidente di ARPA Lazio.
   Quella situazione venne superata, però capii che vi erano degli ostacoli che andavano palesemente al di là delle scelte strategiche che potevamo fare noi o aveva in animo di fare il presidente Crocetta.  
  PRESIDENTE. Ma queste tre discariche pubbliche erano dentro il piano dei rifiuti?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Certamente. Il 31 dicembre scadeva l'emergenza che non venne prorogata, con il Governo Letta riuscimmo ad avere un emendamento che venne approvato non ricordo se dalla Camera o dal Senato, ma il Governo Letta cadde. Avremmo utilizzato il resto dell'emergenza per fare impianti di compostaggio, dotando ciascun ambito di una struttura autonoma. 
Comunque torniamo indietro. Venimmo tempestati di interrogazioni parlamentari, venne utilizzata questa lettera riservata del dottor Gullo e fra l'altro le interrogazioni parlamentari di Arrigoni...  
  PRESIDENTE. Sì, è membro della nostra Commissione.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Con tutto il rispetto perché ciascuno fa il proprio lavoro di parlamentare come ritiene, però ci stupì che un atto riservato fosse prontamente messo a disposizione di un parlamentare del nord che evidentemente era interessato alla Sicilia. Credo di avere l'interrogazione...
  PRESIDENTE. Vada avanti, l'interrogazione la ripeschiamo.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. La troverò dopo. Andiamo avanti. 
Come stavamo procedendo? Da un lato i termovalorizzatori, dall'altro l'emergenza per bilanciare il monopolio dei privati attraverso impianti pubblici. Avevamo fatto alcune modifiche alla legge n.   3, quella sui rifiuti del gennaio 2013, e avevamo previsto che per quanto riguarda i servizi di raccolta, spazzamento e trasporto la competenza passasse ai comuni. Questo era uno degli obiettivi del Governo Crocetta e chiaramente ci regolammo sotto quel profilo.
Gli ATO sarebbero scaduti secondo l'ultima proroga a settembre 2013. Crocetta aveva in animo di fare liberi consorzi (sicuramente ne avrete letto sui giornali) e fra le competenze dei liberi consorzi vi era anche quella che riguardava la gestione degli ambiti ottimali sia per i rifiuti che per il servizio idrico integrato.
   Mi chiese quindi un'ulteriore proroga, ma rifiutai, anche perché avevo capito che, così come era impostata, quella leggesul riordino delle province e dei liberi consorzi non avrebbe potuto vedere la luce, perché gli errori erano palesi, quindi non volevo ulteriormente sovraccaricare di debiti gli ATO e quindi i comuni e quindi la regione siciliana. 
Qui dobbiamo chiarire un passaggio: la legge che regolamentava il passaggio dagli ATO ai nuovi ambiti che erano le società di regolamentazione è la legge n.9 del 2010 della Regione siciliana, una legge purtroppo nata morta, perché nasce quando neanche il piano rifiuti della Regione siciliana era stato approvato (è datato 2012).
Tutta la tempistica che avrebbe dovuto determinare il passaggio di quel tipo di personale dagli ATO alle SRR (Società per la regolamentazione del servizio di gestione rifiuti) e i tempi di realizzazione erano già saltati di sana pianta. Quella legge prevedeva di fare i piani d'ambito, poi i singoli piani per ciascuna SRR. Noi cercammo di invertire l'ordine perché era una violazione temporale, ma la legge era già superata, quindi ci veniva più semplice approvare dei piani d'ambito dei comuni che in forma singola o associata avessero deciso di presentarne qualcuno, piuttosto che fare prima il piano d'ambito di una SRR che non poteva ancora funzionare perché poi doveva essere acclarata con il passaggio del personale, degli organi amministrativi.   
Tenete conto che
su 390 comuni per costituire la SRR ne abbiamo commissariati 250 o 270, quindi partivamo con grande ritardo. Compresi che non avremmo avuto la SRR e che sarebbe stato opportuno dare i piani d'ambito e poi la sommatoria dei piani d'ambito di ciascun comune presentato in forma singola o da più comuni in forma associata avrebbe potuto comporre il quadro. Capisco che la procedura anche lì è azzardata, ma ci muovevamo in un mondo surreale e ogni giorno bisognava inventarsi qualcosa da fare.  
Pongo quindi fino agli ATO e determino un passaggio nominando dei commissari a costo zero (quasi tutti intranei alla pubblica amministrazione, al massimo personale di prefettura o delle ASL che ci poteva dare una mano perché poi in certi territori nessuno accettava l'incarico, a Trapani abbiamo avuto grosse difficoltà), si ha uno scontro durissimo con molti sindaci che avevano creato la surreale posizione degli ATO gonfiati con tanto personale (c’è stata una promozione di cui ho trasmesso gli atti a diverse procure, per cui molti raccoglitori sono diventati dirigenti nei 2-3 giorni prima del 30 settembre 2013), c’è una grande resistenza politica perché chi aveva riempito gli ATO doveva rispondere del venir meno di parecchi posti lavoro.  
 Con il dottor Lupo decidemmo di fare un accordo quadro con i sindacati, dicendo che secondo la legge n.   9 del 2010 avrebbe potuto transitare soltanto il personale con determinate caratteristiche e tutto il resto sarebbe stato inserito in un bacino dal quale attingere, perché poi magari i sindaci avrebbero provato ad assumere personale diverso da quello che aveva già lavorato. Questo accordo quadro avrebbe salvaguardato quello che rimaneva di questi lavoratori, che fra l'altro erano un numero consistente.
Non potevamo costruire soltanto impianti pubblici, puntavamo sul riciclo, per cui costituii una commissione presso il mio assessorato composta gratuitamente dal professor Angelini dell'Università di Palermo, dal professor Guarnaccia dell'Università di Catania, dall'Architetto Greco della VIA-VAS nazionale, dirigente della regione siciliana, e dal capo della segreteria tecnica del mio assessorato,   l'ingegnere Pace. Dovevamo puntare sul riciclo e supportare ulteriormente i vari passaggi per arrivare alle SRR, perché Marco Lupo aveva poco personale valido e aveva bisogno del massimo supporto.
Nella fase costruttiva puntiamo quindi sul riciclo. Nel frattempo dovevo formalizzare lo stato dell'arte per le quattro discariche private, quindi costituisco una commissione composta dal mio vice capo gabinetto, il dottor Buceti, un vicequestore che era alla DIA a Caltanissetta con cui avevo collaborato quando ero magistrato, dall'ingegnere Pace e si avvale della presenza di una straordinaria dirigente dell'ARPA Palermo, la dottoressa Di Franco, che sotto il profilo tecnico ha dato un apporto non indifferente ai lavori della commissione.
   Il Nucleo operativo ecologico (NOE) dei Carabinieri di Palermo mi aveva già contattato mesi prima e il 29 ottobre formalizza una richiesta di supporto tecnico, ci chiede una sorta di consulenza tecnica nelle fasi di preliminari investigazioni (chiaramente erano delegati dalla procura di Palermo) per quanto riguarda la discarica di Siculiana.
 Stavamo parlando della vicenda della nota alla Commissione ambiente del vicepresidente di Confindustria. Per quanto riguarda Catanzaro, anni prima, quando io ero in procura a Caltanissetta un collega si occupò di un'altra vicenda, perché il gruppo Catanzaro aveva chiesto di costruire ad Astro, un comune in provincia di Enna, una piattaforma privata. All'epoca era Ministro la Prestigiacomo, il dottor Lupo era direttore generale, ci fu una levata di scudi della popolazione perché era una zona agricola coltivata.
   Ci fu un sopralluogo del ministro, del colonnello Di Caprio, vice comandante del NOE, e del dottor Lupo per capire cosa stesse accadendo. Questo sopralluogo fu fatto di venerdì o di sabato, il lunedì successivo (sto parlando di 4-5 anni fa) chiesero gli atti e poi Catanzaro ritirò ogni richiesta. Ci fu però una vicenda giudiziaria che io non conosco bene, ma mi ricordavo di Catanzaro anche sotto questo profilo e lo    abbinavo al discorso che il NOE lo attenzionava da tempo anche per questa vicenda che aveva visto la presenza di Di Caprio. 
Cosa era accaduto per la creazione di questa benedetta discarica? Lo troverete anche nella relazione della commissione che vi posso mettere a disposizione, ma sicuramente il dottor Lupo ve ne potrà dare ulteriori copie. Erano sorti dei problemi fra l'allora sindaco del comune di Siculiana e il gruppo Catanzaro, perché questa discarica su terreni di proprietà del comune (alcuni in corso di espropriazione) la voleva fare il comune di Siculiana.
   Lì nacque una delle tante surreali vicende antimafia siciliane, perché il sindaco venne arrestato insieme al capo dell'ufficio tecnico e del comandante dei vigili urbani perché accusato da Catanzaro di voler costruire e gestire questa discarica per favorire dei mafiosi. Il sindaco verrà poi assolto, quindi l'antimafia nasce con questo passaggio drammatico e surreale. Ebbi poi modo di incontrare il sindaco, che credo sia tutt'oggi molto colpito da quella vicenda giudiziaria.   
Vengono assolti e il NOE ci chiede di svolgere degli accertamenti anche sulle particelle perché il giudice è molto duro in questi passaggi. Vi consegno la nota del NOE.
  
  PRESIDENTE. Il NOE chiede di fare accertamenti alla procura...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Questa parte dovremmo segretarla.
  PRESIDENTE. Dispongo la disattivazione dell'impianto audio video.
  (La Commissione prosegue in seduta segreta indi riprende in seduta pubblica).
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. La Commissione quindi parte sia dalla vicenda della nota che vi ho citato, sia da questa richiesta urgente del NOE per fare una disamina completa di tutte le autorizzazioni di cui aveva beneficiato la Catanzaro costruzioni. 
Ironia della sorte, chi voleva criticare il Governo della Regione siciliana e chiedeva l'emergenza grazie solo all'emergenza aveva avuto la possibilità di costruire e gestire questa discarica: tutta la storia della discarica di Siculiana passa per l'emergenza, anche con alcuni atti prefettizi in cui probabilmente ci sono degli errori. Non voglio però dilungarmi sul contenuto tecnico, che potrete valutare autonomamente. 
Poniamoci sul problema autorizzativo a monte con cui appunto avevo iniziato il mio intervento. Qui ci sono dei casi di scuola di palesi violazioni della normativa, gravissime violazioni di leggi poste in essere dal territorio e ambiente a favore della Catanzaro costruzioni. Farò due passaggi di cui forse uno bisogna segretare.
 In una delle tante autorizzazioni per ampiamento sia VIA che AIA 2006, 2007 e 2008 trovate che a un certo punto l'assessorato al territorio e ambiente correttamente impone per l'ampliamento della vasca V3 gli impone di fare l'impianto di biostabilizzazione, che non verrà mai fatto. A distanza di un anno Catanzaro chiede un altro ampliamento, e lo chiede dove doveva sorgere l'impianto di biostabilizzazione, la Regione siciliana se lo dimentica e gli dà l'ulteriore ampliamento.
 Arriviamo al 2009. Se il Governo Lombardo fu lungimirante sulla vicenda dei termovalorizzatori, perché la Sicilia sarebbe diventata per la potenzialità di quei termovalorizzatori, così come erano stati impostati, la discarica di Europa, fu responsabile in maniera preponderante di queste violazioni amministrative. 
Nel 2009 si hanno i più grossi ampliamenti, che noi paghiamo oggi, delle discariche, con particolar riferimento a Siculiana e Oikos, 2,7 milioni di metri cubi per Oikos, 3 milioni di metri cubi per Catanzaro costruzioni. Gli istruttori della pratica correttamente si chiedono perché dare questa volumetria così ampia in quel territorio, perché Trapani debba avvalersi di questo, perché a Siculiana e non a Enna o in qualsiasi altro posto della regione siciliana, in quanto non era motivato, perché questa volumetria spaventosa, perché non ci fosse nulla sull'impianto di biostabilizzazione, che nel 2003 era un obbligo di legge.
 Purtroppo la storia italiana è fatta anche di deroghe, e di anno in anno si andò avanti con deroghe all'applicabilità della normativa europea sulla biostabilizzazione. Nel 2008 la Comunità europea si arrabbia e dice basta all'Italia, quindi il dottor Lupo come direttore del Ministero dell'ambiente emana una circolare in cui impone che non possa essere rilasciata alcuna autorizzazione senza l'impianto di biostabilizzazione, a meno che non si tratti soltanto di discariche in corso di gestione.
   Come interpreta la regione siciliana questa cosa? Che quello è un ampliamento. Fra l'altro, questa vasca V4 è anche fisicamente distinta dalle altre vasche, da cui è divisa da una strada pubblica, e 3 milioni di metri cubi non possono mai essere un ampliamento di discarica, come neanche i 2,7 milioni di Oikos. Nonostante quanto rilevato, inoltre, ritiene di non imporre l'impianto di biostabilizzazione. Vi consegno la relazione.  
Avvengono due cose, ma forse è meglio segretare questa parte.  
  PRESIDENTE. Dispongo la disattivazione dell'impianto audio video.
  (La Commissione prosegue in seduta segreta indi riprende in seduta pubblica).
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Quello che era emerso e che ci aveva imposto il trasferimento dell'AIA dall'assessorato territorio e ambiente al mio assessorato era assolutamente corretto, e collegandomi con la vicenda di Astro è chiaro che loro sapevano che, se non fosse intervenuto il Governo nazionale e il Ministro dell'ambiente, avrebbero avuto l'ennesima autorizzazione, perché tutte le procedure autorizzative, come vedrete anche per le relazioni di Oikos e di Mazzarà, sono assolutamente surreali, dal mio punto di vista non solo responsabilità amministrative, ma anche responsabilità penali, ma questo non competeva a me valutarlo né allora, né oggi, è una mia valutazione extra ordinem. 
Passiamo a Oikos. Almeno Catanzaro gestiva la discarica in maniera corretta nel rispetto della normativa ambientale, invece Oikos era un disastro, tanto che trasmisi gli atti, perché se ne occupava la procura di Palermo perché le autorizzazioni erano state rilasciate a Palermo, quindi la competenza territoriale era di quella procura, ma per eventuali reati ambientali la competenza è di Catania e infatti sia per Mazzarrà che per Oikos furono trasmessi alla rispettiva autorità giudiziaria anche agli atti della relazione. Credo ci siano dei procedimenti, però non posso aggiungere altro.
 Per quanto riguarda Oikos furono revocate tutte le autorizzazioni precedenti, c’è un problema di   post mortem, una  situazione gravissima anche sotto il profilo della tutela ambientale. La Regione siciliana avrebbe dovuto esercitare (questo vale anche per le vasche esaurite della Catanzaro costruzioni nella discariche Siculiana) le azioni di risarcimento danni. Anche se non ci sono responsabilità penali, non devi valutarle tu, in quanto non sei estraneo a quei princìpi di terzietà e indipendenza, che appartengono non soltanto alla magistratura, ma anche all'alta amministrazione, come cercavamo di far capire ai dirigenti della Regione siciliana e anche ai politici, che pressano troppo sui dirigenti. Alcuni dirigenti hanno avuto purtroppo la debolezza di cedere alle richieste della politica e ne hanno anche pagato le spese. 
La regione aveva il dovere di intraprendere azioni di risarcimento danni perché, ad esempio, l'impianto di biostabilizzazione è una condizione essenziale del contratto. Nessuno si è accorto nel 2007
   che è stato violato il contratto e manca l'impianto di biostabilizzazione?
Ci sarebbe un problema di autorizzare ampliamenti alle discariche, come sono stati dati nel 2008 e nel 2009? No. 
Quello che noi viviamo oggi, compreso l'esaurimento delle discariche, è il frutto di una palese gestione illecita dell'amministrazione pubblica e, leggendo tutte le relazioni, potrete verificarlo.   
I prezzi di conferimento in discarica chiaramente si riversano sulla tariffa, ma nessuno aveva mai accertato e (non ci arriverò neanch'io perché sono costretto ad andar via) nessuno ha mai accertato se l'investimento dell'imprenditore in 100 autisti e 100 autobotti fosse gonfiato.   
Nessuno l'ha mai verificato, e tutto questo modificava, unitamente ai prezzi di trasporto, i prezzi di conferimento in
    discarica. Questo è uno dei lavori della Commissione, non so se i miei successori abbiano spinto per questo accertamento, ma è essenziale compierlo e nessuno l'ha mai fatto.
 Mi hanno chiesto a volte se potremmo avere in Sicilia problemi come nella Terra dei fuochi, ma non lo sappiamo perché sono mancati in Sicilia (e questa è un'altra grande responsabilità) i veri controlli di Arpa e provincia. Non sono i 3 carabinieri del NOE a Palermo e i 3-4 a Catania, anche perché il processo penale deve essere residuale, ci deve essere la capacità della pubblica amministrazione di ripristinare la legalità, non possiamo delegare sempre al processo penale, alle indagini, perché il processo penale può anche non raggiungere i suoi effetti per ragioni varie, ma c’è una responsabilità morale, amministrativa, politica, penale, e sono concetti assolutamente diversi, come si cercò di dimostrare.
 Sono convinto che, se l'ipotesi investigativa che i colleghi di Palermo seguono è quella di un pagamento di tangenti a monte e poi per l'intervento della Corte di giustizia e per la gara deserta nel 2009 non fu possibile per i privati che si aggiudicarono e furono i firmatari delle convenzioni rientrare in un'ipotesi investigativa di quel denaro, anche perché la Catanzaro costruzioni faceva parte di una delle ATI che si aggiudicò, l'ampliamento delle discariche è sospetto.   
Mi sono chiesto perché Lombardo facesse due cose contrapposte, ma la verità è che quella dei termovalorizzatori dal mio punto di vista fu una guerra politica vera e propria con il senatore Firrarello che spingeva per il discorso dei termovalorizzatori. La guerra sui termovalorizzatori, più che essere una guerra di giustizia (poi magari i fini di giustizia coincidono casualmente con altri fini, come sempre capita), mi è sembrata
   una guerra politica, perché non si giustifica assolutamente l'ampliamento a dismisura delle discariche del 2009 proprio sotto la gestione Lombardo.
  PRESIDENTE. Quella dei termovalorizzatori, più che una guerra politica, era una guerra di interessi: ballavano tanti soldi...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. C'era anche un'inchiesta a Catania per il problema dei terreni. Era a progetto libero: chi presentava l'offerta...
  PRESIDENTE. Se i colleghi vogliono prendere visione dell'approfondimento sulla Sicilia, nella relazione c'era anche scritto dell'unico notaio che aveva fatto tutta l'operazione, c'era una serie di indizi (più che indizi) che facevano pensare a una situazione che è ancora oggetto di un'indagine giudiziaria importante.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Presidente, vi do gli atti che riguardano il sequestro preventivo di Bellolampo con le nomine. Per ora mi fermerei qui, scusandomi per essere stato prolisso.
  PRESIDENTE. Grazie. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti e formulare osservazioni.
  STEFANO VIGNAROLI. Innanzitutto grazie. Vorrei chiederle un approfondimento per quanto riguarda la discussa discarica di Siculiana, che è partita pubblica e poi è diventata privata, per comprendere il passaggio da pubblica a privata. Pag. 32
Vorrei sapere dove siano finiti i 200 milioni dell'ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri n. 3887 per quanto riguarda l'impiantistica pubblica e la raccolta differenziata, come siano stati gestiti questi soldi e se sia possibile che funzionario come Canova abbia potuto agire da solo, visto che comunque era un funzionario, e se fossero coinvolti altri dirigenti o altri soggetti, se ritenga che qualcuno sia stato premiato da alcune scelte politiche e amministrative.
  GIUSEPPE COMPAGNONE. Una cosa importante sono gli impianti di compostaggio. Il programma del 2012 approvato dal ministero prevedeva tutta l'impiantistica, perché lei mi insegna che senza quegli impianti non si può fare altro che ampliare le discariche. 
Il ciclo integrato dei rifiuti, così come previsto dal progetto della regione siciliana, metteva al centro la raccolta differenziata per la quale a monte ci devono essere soprattutto degli impianti di compostaggio, altrimenti viene vanificata e si deve ricorrere alle discariche.
   
La domanda è molto semplice e traspare dalle sue considerazioni. In Sicilia erano previsti ben 19 impianti di compostaggio, non ne è stato realizzato alcuno e sono sostanzialmente fermi. Lei ritiene che in ogni passaggio di questi impianti ci siano stati dei ritardi determinati da interessi vari, che hanno fatto sì che non partisse mai il piano di gestione dei rifiuti in Sicilia per continuare ad ampliare le discariche
? Il piano regionale fu infatti approvato dal Ministero nel 2012.   
Dissento però dal suo ultimo appunto perché sono stato sindaco dell'unico posto in cui c’è un impianto di compostaggio pubblico e so quanti bastoni tra le ruote ci sono stati messi, perché si è fatto di tutto per farlo chiudere, ma alla fine ce l'abbiamo fatta
!   Io ho conosciuto la regione siciliana e la capacità dei funzionari di frenare, di alterare, e vorrei ricordare che direttore di ARRA era un certo Crosta che poi denunciò il Presidente Lombardo. Credo che nel tessuto dei funzionari della regione siciliana sia allocato il vero cancro e che la politica non sempre abbia la forza di contrastarlo, anche perché cambia, si muove, e lei ne è un esempio perché alla fine è stato rimosso e non ha completato un percorso.
   I politici passano, i funzionari restano e spesso determinano gli atti, quindi la vedo diversamente sul discorso di Lombardo, le posso garantire che dietro quella battaglia contro i termovalorizzatori ci fu una battaglia di principio, perché si riteneva che quello fosse un grande   business, perché anche dai miei calcoli, su un investimento di circa 5 miliardi di euro, nell'arco dei 25 anni successivi ci sarebbero state entrate per circa 60 miliardi di euro, il che significa che averlo fermato con tanta determinazione non fu una sciocchezza, fu una battaglia di principio. 
Nei vari ampliamenti di discariche c’è invece la «buona volontà» di tanti funzionari che si prestavano a fare queste cose, alcuni probabilmente anche in buona fede perché immaginavano di ampliare per accogliere l'immondizia, qualcun altro in malafede (credo che qualcuno sia stato inquisito per questo motivo).
Mentre quindi è acclarata la malafede di molti funzionari, non lo è quella dei politici. La verità è che spesso si fanno delle valutazioni sbagliate. 
Le chiedo quindi se lei ritenga veramente che il sistema individuato nel piano dei rifiuti sia stato fermato appositamente e cosa intendesse attivare se non si fosse fermato, perché mi risulta che l'impiantistica sia sostanzialmente ferma.
  
  PRESIDENTE. Giustamente lei ha segnalato questa carenza di controlli, che può essere dovuta a tanti motivi come l'insufficienza del personale, perché probabilmente l'Arpa è una struttura molto piccola rispetto a quelle che sono le esigenze e le problematiche in Sicilia. 
Visto che l'Arpa oggi con la regolamentazione vigente è fortemente incardinata dentro le politiche della regione, a chi risponde l'Arpa nella Regione Sicilia o almeno a chi rispondeva durante il suo mandato
? L'Arpa di fatto è un'agenzia regionale e il direttore viene nominato dalla regione. Noi stiamo facendo una battaglia per cercare di dividere la struttura tecnica da quella amministrativa regionale, però a legislazione vigente gli   input vengono dati dalla regione. 
I prezzi del conferimento venivano definiti sostanzialmente dal gestore. Non c’è una regolamentazione a livello regionale che tende a definire, almeno per quanto riguarda i rifiuti urbani, il costo del conferimento
? Questo è quello che dovrebbe succedere.  
  STEFANO VIGNAROLI. Cento euro a tonnellata, se non sbaglio. È tra i più alti d'Italia dopo la Campania.
  PRESIDENTE. No, questo è troppo alto, però sui rifiuti urbani che sono in privativa non c’è una libera contrattazione del gestore che decide che prezzo fare: normalmente nel nostro ordinamento o c’è un'agenzia d'ambito che definisce i prezzi medi di conferimento, tenendo conto degli investimenti delle aziende nelle realtà più evolute, o la regione in qualche modo determina questi prezzi. Se sono obbligato a portarlo perché sono in privativa e il gestore fa il prezzo che vuole, questo si ripercuote sulle tasse o la tariffa dei cittadini, quindi vorrei capire come funzioni. 
Abbiamo parlato molto di questo gestore del gruppo Catanzaro, Sicula Trasporti, però nella scorsa legislatura (ma anche oggi rimangono problemi aperti) è emersa la questione
  di Mazzarrà Sant'Andrea ed i rapporti con la società Tirrenoambiente che dire discussa è poco. Abbiamo Sicula Trasporti, Oikos, Mazzarrà Sant'Andrea, Siculiana. Vorrei conoscere il suo punto di vista su questa di Mazzarrà Sant'Andrea e della Tirrenoambiente.
Non so se ci siano delle indagini in corso, si ipotizzano abnormi ampliamenti delle discariche che, come lei ha segnalato, non sono ampliamenti, ma sono veri e propri nuovi invasi. Sarà cura del nostro lavoro di approfondimento in Sicilia capire se questo fosse un modo per rispondere a una situazione di emergenza o sotto vi fosse anche altro, come mi sembra si ipotizzi anche da alcune sue dichiarazioni. Queste erano le cose che tenevo a sottolineare.  
  STEFANO VIGNAROLI. Faccio solo una precisazione: erano 294 euro non a tonnellata, ma per abitante. È il secondo più alto dopo la Campania: 294 euro ad abitante.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Molte delle risposte alle domande poste le troverete nelle relazioni che sono assolutamente tecniche e molto importanti. 
A proposito della proprietà delle discariche, vi leggo alcuni passaggi per le vasche V1 e V2 di Catanzaro: «Il progetto per la realizzazione delle vasche V1 e V2 in ampliamento della vasca esistente VE è stato approvato dalla Prefettura di Agrigento in data 05/12/2001 in difformità al divieto di autorizzare discariche che non fossero a titolarità e gestione pubblica, ai sensi dell'articolo 5, comma 2, dell'OPCM n. 2983 del 1999».Questa stessa cosa la troverete anche per altre parti. 
Nel 2005 o 2006 ci fu una modifica di questa norma che impediva di autorizzare e far gestire discariche ai privati, quindi molte delle autorizzazioni furono rilasciate palesemente in violazione dell'ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. 
Lei chiedeva che fine abbiano fatto i soldi dell'impiantistica. Le posso dire che quando abbiamo gestito i sei mesi di emergenza, a parte che i fondi erano già stati destinati alla Sicilia, quindi quando fu fatto il decreto-legge sull'emergenza non fu necessario approntare nuovi fondi. I fondi pregressi furono tutti destinati per ripianare i debiti degli ATO, è questa la situazione. Fra l'altro...  
  STELLA BIANCHI. I fondi destinati agli impianti sono andati a ripianare i debiti degli ATO...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Parliamo dell'ultima emergenza prima della nostra, tre anni prima, circa 100 milioni di euro furono utilizzati soltanto per ripianare i debiti degli ATO nei confronti dei gestori di discariche private, quindi l'indebitamento continua. 
Tra l'altro, una delle cose surreali della legge n. 9, che mi sono stupito che il commissario non abbia impugnato, perché l'ideatore della legge è sempre l'avvocato Pier Carmelo Russo, quello dei termovalorizzatori, quindi magari è stata una sua capacità particolare, prevedeva la liquidazione unica. Se per far venir meno gli ATO bisogna arrivare alla liquidazione unica, significa che fallisce la Regione siciliana.Tra l'altro, una delle cose surreali della legge n.  
 Con l'allora collega Bianchi, che era assessore al ramo dell'economia, si decise infatti di valutare con attenzione questo passaggio, perché delle due l'una: o fallisce l'ATO o il Comune, o la regione siciliana, perché quando hai un ATO con 50-60 milioni di debiti come li puoi ripianare mai? Anche Comuni con questi debiti (Messina molto di più) come possono   essere ripianati? C’è il rischio di un fallimento, non puoi più gestire.
Onorevole, mi aveva posto un'altra domanda che ho scritto, ma non riesco a leggere la mia calligrafia, il che è grave.  
  STEFANO VIGNAROLI. Se il funzionario Canova poteva aver agito da solo, se ci fosse il coinvolgimento anche di gente tipo Sansone...
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Canova è una piccola ruota del carro: è tutta la struttura che andrebbe cambiata. Canova è una pedina, ma personalmente non credo neanche alla buonafede di Gullo, perché uno che firma un atto senza neanche leggerlo (potrete verificare anche con il dottor Lupo questa riunione surreale che c’è stata), tu quantomeno lo cacci. Io ho chiesto più volte a Crocetta di cacciarlo. Alla fine chi fa i controlli? 
Sapete cosa ha fatto Gullo? Quando iniziano i procedimenti per Oikos (ancora non avevano fatto gli arresti a Palermo di Oikos) e anche per Catanzaro, nella conferenza di servizi scrive che tutto è a posto, poi ci sono gli arresti e dopo due giorni modifica la linea. Fino al procedimento di secondo livello di Catanzaro ha continuato a sostenere che la biostabilizzazione non andava imposta. Solo Marco Lupo l'ha scritto nella conferenza di servizi, ma io ero già andato via. Questa è la situazione.  
 Stiamo parlando della massima autorità ambientale della regione siciliana, e ci volevano gli arresti per vedere queste cose? Poi il GIP di Palermo utilizzerà anche la relazione Oikos che noi abbiamo scritto.  
 Il fatto contestato a Canova è in un periodo successivo, i fatti della procura di Palermo vanno dal 2010 al 2011 se li vedete come contestazioni, noi arretriamo sul processo autorizzativo al 2009 anche per Oikos, quindi come fai ancora a negare l'evidenza, se non sei incapace di intendere e di volere? Mi sono anche stupido che i colleghi non abbiano attenzionato questi fatti. 
Sugli impianti di compostaggio, la cosa più semplice da fare: se avessimo avuto la proroga dell'emergenza, che poi non abbiamo avuto, li avremmo fatti, e 3 o 4 riuscimmo a farli con la vecchia emergenza.
 Certo che è tutto fermo, perché il nostro passaggio graduale prevedeva: fine degli ATO, concorrenza alle discariche private, impianti di compostaggio e riciclo. Questo era il nostro passaggio, molto semplice, anche perché gli impianti di riciclo li fai subito, anche oggi puoi trasformare la frazione organica in biometano e realizzare impianti in 8-9 mesi. Non è una cosa complicata, la puoi fare. Tra l'altro, prendi gli incentivi del biometano, fai abbancare i rifiuti anziché a 90-100 euro li fai a 50-60. Ci sono mille soluzioni, fra l'altro è tutto il riciclo il meno complicato, ma devi partire dall'impianto di compostaggio.
 Sicula Trasporti. Possiamo secretare.  
  PRESIDENTE  . Dispongo la disattivazione dell'impianto audio video
  (La Commissione prosegue in seduta segreta indi riprende in seduta pubblica).
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. L'Arpa, come vi dicevo, ha anche dei funzionari di polizia giudiziaria, ma tutti i dirigenti sono appannaggio di chi li nomina (provincia di Palermo, Commissario della provincia di Palermo). Viene nominato un ufficiale dei carabinieri, un ex generale, persona perbene che ha avuto due ictus. Presidente, lei si dovrebbe far raccontare, quando scenderà in Sicilia, dal sindaco Orlando, dai sindacati cos'erano le riunioni pubbliche. Questo che doveva esercitare una serie di attività di controllo (noi l'avevamo scomodato per il fallimento APS a Palermo, 52 comuni serviti da APS) aveva avuto due ictus, presidente, e la Giunta rideva. 
Non voglio segretare perché l'ho anche scritto, mi spiace sotto il profilo umano perché è un uomo delle istituzioni e la colpa è dei familiari che gli consentono di accettare un incarico di questo tipo, ma quando lo conobbi chiamai Crocetta e gli dissi allarmato: «Rosario, la Giunta ride». Mi rispose che la moglie era brava: aveva nominato questa persona perché la moglie era stata revisore dei conti a Gela e quindi dovevamo contattare la moglie per far ragionare questa persona.   
Questa è la regione siciliana, Presidente, e questa è una delle tantissime cose che bisognava fronteggiare.
   
Voglio dire anche perché l'ho detto più volte
che il referente in Sicilia di Renzi è l'onorevole Faraone, a cui nel febbraio 2014, poco prima di andare via, ancora assessore, dissi: «Se gli lasciate ancora nelle mani la Sicilia, finirà per distruggerla». Oggi finalmente lui sta litigando con Crocetta.
 Ho depositato alla Corte dei conti tutte le note che avevo scritto a Crocetta su come venivano fatte le Giunte: non c'erano ordini del giorno, erano convocate a minuti, a Palermo, quando tu potevi essere in qualsiasi altra parte del mondo, nessuno studiava le cose, ed è tutto documentato. La Corte dei conti, che ha rinviato a giudizio Crocetta e altri colleghi per  la vicenda dell'informatizzazione, trova scritte dichiarazioni mie e di Luca Bianchi. Di che dobbiamo discutere? Il problema è che bisogna cacciare le persone.
  PRESIDENTE. Non compete ovviamente a noi.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Questo è il mio punto di vista, come continuo a dire, come avevo anticipato la vicenda Montante...
  PAMELA GIACOMA GIOVANNA ORRÙ. Lei si rende conto della gravità di quello che dice?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Assolutamente, ma io l'ho già detto. Questa macchina è assolutamente complessa, anche la migliore squadra avrebbe difficoltà...
  PRESIDENTE. Stiamo ai temi nostri.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Nel settore dei rifiuti la migliore squadra avrebbe grandi difficoltà a riprendere in mano questa situazione. Nel momento in cui la gestione diventa approssimativa per una serie di circostanze che ho ufficialmente comunicato in tutte le sedi competenti (non è quindi una novità che dico a voi, l'ho già fatto in passato), diventa impossibile recuperare questa situazione.
  PAMELA GIACOMA GIOVANNA ORRÙ. Volevo precisare che quello che lei ha detto l'abbiamo capito perfettamente. Siccome lei ha fatto un riferimento preciso a una nomina e a come le persone vengono nominate, la mia battuta «lei si rende conto della gravità di quello che dice?» era in questo senso, non rispetto a tutto il resto. Già è grave quello che è stato detto, questo è ancora più grave....
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Io sono andato via per questo.
  PAMELA GIACOMA GIOVANNA ORRÙ. Un commissario che viene nominato perché la moglie era brava è ancora più grave.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. È assolutamente così e lo ribadisco, ma l'ho anche dichiarato e contestato. Non ci sono cose che non abbia cercato di fare per rimettere in piedi la situazione.
  PRESIDENTE. Va bene (va bene per modo di dire). La ringraziamo per tutta la serie di indicazioni che ci ha dato, adesso inizieremo il nostro approfondimento in Sicilia, riprendendo anche in mano alcune questioni che qui abbiamo toccato relativamente, perché tutta la vicenda della gestione della discarica di Mazzarrà ha tutta una serie di aspetti che non riguardano solo la gestione dei rifiuti. 
C’è anche la questione di Tirrenoambiente, di alcune relazioni che questa società intrattiene e attività in ambito internazionale. Sono cose che comunque approfondiremo con calma.
  STELLA BIANCHI. Mi rimane altrimenti questo dubbio. Lei diceva che come primo atto del suo insediamento aveva chiesto lo spostamento del potere di rilascio dell'AIA al suo assessorato piuttosto che all'assessorato ambiente e territorio, e che questa cosa però, è rimasta sospesa per quattordici mesi, perché non vi sono stati consegnati i documenti. In questi quattordici mesi che cosa è successo: nessuno dava le AIA o le davate voi? E in questi quattordici mesi quali procedimenti erano in corso?
  STEFANO VIGNAROLI. E soprattutto vorrei aggiungere: perché ha scelto questo trasferimento dell'AIA, per quale motivo specifico?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana
L'AIA fu trasferita con la legge n. 3 del 2013 e il motivo fu assolutamente chiaro: con il mio capo gabinetto, il dottor Pirillo, che oggi è direttore generale all'urbanistica, e con il dottor Lupo riscontrammo che la riprogrammazione del settore dei rifiuti non poteva essere lasciata con l'AIA in mano a soggetti che l'avevano mal gestita. Avevamo già capito, anche perché avevamo già monitorato la situazione delle discariche..
 È vero che la Commissione venne costituita dopo, e cominciò poi a relazionare successivamente in maniera molto particolareggiata, come vedrete, però era già chiara la situazione sotto il profilo amministrativo, quindi per controllare quello che avevano fatto o quello che potevano ancora fare ci siamo presi l'AIA. L'assessore al ramo non l'aveva capito ancora, l'ha capito dopo.   
Per quanto riguarda i quattordici mesi, fu fatto un protocollo fra i due dipartimenti (su questo il dottor Lupo potrà essere molto preciso perché era il direttore generale):
le AIA in corso dovevano essere completate dall'assessorato al territorio e ambiente, mentre le nuove richieste di AIA o quelle mai evase sarebbero immediatamente passate all'attenzione del dipartimento rifiuti. Questo non avvenne e noi non controllavamo   niente, non sapevamo nulla, come è stato messo per scritto più volte. 
L'intervento del segretario generale avvenne poco prima che andassi via (ci sono lettere di protocollo del dottor Lupo sotto questo profilo).  
  STELLA BIANCHI. Se posso chiedere ancora una precisazione, in questi quattordici mesi l'assessorato al territorio e ambiente ha rilasciato delle AIA?
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Io ritengo di sì, ma non sapevo nulla, e, più che dirlo a Crocetta per supportare politicamente le richieste scritte di Marco Lupo nei confronti sia di Gullo che del segretario generale, non potevo fare altro. Il nostro dipartimento non sapeva nulla. 
Voglio darvi altri documenti e una delle relazioni per la commissione antimafia dell'ARS, dove è ricompreso il lavoro che riguarda anche Oikos. Questa è un'interrogazione scritta, la risposta ve la potrà dare Marco Lupo, che l'ha predisposta.
   A proposito dei contratti per i prezzi di conferimento, dall'ATO di Agrigento eravamo tempestati da richieste. Una nota del sindaco di Casteltermini, che doveva subire l'ennesima variazione contrattuale per il prezzo di conferimento, chiede un mio intervento, cosa che io feci, ma era il   leitmotiv della provincia di Agrigento. Ho delle direttive in materia di rifiuti, che se volete vi posso lasciare.
  PRESIDENTE. Se avremo bisogno di eventuali documenti o approfondimenti, glieli chiederemo. È chiaro che quando audiremo l'assessore in carica ovviamente chiederemo il quadro della situazione, la percentuale di raccolta differenziata, tutte le domande che si fanno alle regioni in carica.
Sono tante le cose che lasciano perplessi, però che   i costi dei rifiuti urbani siano lasciati alla libera contrattazione del gestore è particolarmente strano.
  NICOLÒ MARINO, ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana. Chiaramente esistevano i vecchi contratti, perché è una storia di gestioni commissariali. Troverete anche nella relazione su Siculiana qualcosa sui prezzi.
  PRESIDENTE. Per chi come me è andato in Sicilia nel 2009 risentire alcune cose che lei dice sul periodo dal 2009 al 2015 porta all'amara constatazione, al di là delle problematiche che sta sollevando, di un sistema che è messo come prima, se non peggio, a sei anni dalla relazione di una Commissione bicamerale che aveva messo in evidenza alcune criticità (questo tema delle discariche, tutte cose note e arcinote, discusse, dove c’è stato da parte della classe politica di allora un impegno per risolvere). 
Sono passati cinque anni ma sembra che non sia successo assolutamente nulla, anzi alcune questioni sono peggiorate. Questa come legislatori e uomini delle istituzioni è una triste e amarissima constatazione.
 Nel ringraziare il nostro ospite, dichiaro conclusa l'audizione.  
  La seduta termina alle 19.10.
Seduta n. 24 di Lunedì 23 febbraio 2015
Bozza non corretta

INDICE
Sulla pubblicità dei lavori: 
Bratti Alessandro , Presidente ... 2 
Audizione dell'ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana, Nicolò Marino: 
Bratti Alessandro , Presidente ... 2
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 5
Bratti Alessandro , Presidente ... 5
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 5
Bratti Alessandro , Presidente ... 7
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 8
Bratti Alessandro , Presidente ... 9
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 9
Bratti Alessandro , Presidente ... 11
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 11
Bratti Alessandro , Presidente ... 13
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 13
Bratti Alessandro , Presidente ... 14
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 14
Bratti Alessandro , Presidente ... 15
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 15
Bratti Alessandro , Presidente ... 15
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 15
Bratti Alessandro , Presidente ... 15
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 15
Bratti Alessandro , Presidente ... 16
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 16
Bratti Alessandro , Presidente ... 17
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 17
Bratti Alessandro , Presidente ... 17
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 17
Bratti Alessandro , Presidente ... 18
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 18
Bratti Alessandro , Presidente ... 18
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 18
Bratti Alessandro , Presidente ... 19
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 19
Bratti Alessandro , Presidente ... 19
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 19
Bratti Alessandro , Presidente ... 20
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 20
Bratti Alessandro , Presidente ... 21
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 21
Bratti Alessandro , Presidente ... 21
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 21
Bratti Alessandro , Presidente ... 25
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 25
Bratti Alessandro , Presidente ... 25
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 26
Bratti Alessandro , Presidente ... 28
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 28
Bratti Alessandro , Presidente ... 31
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 31
Bratti Alessandro , Presidente ... 31
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 31
Bratti Alessandro , Presidente ... 31
Vignaroli Stefano (M5S)  ... 31
Compagnone Giuseppe  ... 32
Bratti Alessandro , Presidente ... 33
Vignaroli Stefano (M5S)  ... 34
Bratti Alessandro , Presidente ... 34
Vignaroli Stefano (M5S)  ... 35
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 35
Bianchi Stella (PD)  ... 36
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 36
Vignaroli Stefano (M5S)  ... 37
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 37
Bratti Alessandro , Presidente ... 38
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 38
Bratti Alessandro , Presidente ... 40
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 40
Orrù Pamela Giacoma Giovanna  ... 40
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 40
Bratti Alessandro , Presidente ... 40
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 40
Orrù Pamela Giacoma Giovanna  ... 40
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 41
Orrù Pamela Giacoma Giovanna  ... 41
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 41
Bratti Alessandro , Presidente ... 41
Bianchi Stella (PD)  ... 41
Vignaroli Stefano (M5S)  ... 42
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 42
Bianchi Stella (PD)  ... 43
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 43
Bratti Alessandro , Presidente ... 43
Marino Nicolò , ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana ... 44
Bratti Alessandro , Presidente ... 44

VANIA CONTRAFFATTO, MARCO LUPO, NICOLÒ MARINO. BELLOLAMPO, AMIA, AIMERI, TERMOVALORIZZATORI, CATANZARO COSTRUZIONI, SICULIANA, OIKOS, SICULA TRASPORTI,MAZZARRÀ SANT'ANDREA, AGUECI, CANNOVA. GULLO, MESSINEO, SANSONE, TOLOMEO, TERESI, BANCHIERI, LOMBARDO, CROCETTA, LO BELLO, CUFFARO, CONFINDUSTRIA, MONTANTE,LUMIA, TIRRENOAMBIENTE.


 A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE


Conclusioni. (della Commissione parlamentare  sulle attività illecite dell’ottobre 2010)
Le verifiche in relazione alla problematica dei rifiuti nella regione siciliana hanno dimostrato la necessità di una scrupolosa applicazione della legge nella gestione del ciclo dei rifiuti.
Infatti, l'inefficienza che si è avuto modo di constatare non è dipesa da ipotetiche complicazioni di natura burocratica conseguenti alle procedure disciplinate dalle norme, ma dalla assoluta inettitudine di un regime in deroga a realizzare lo scopo finale di uno smaltimento dei rifiuti in sintonia con la salvaguardia di quegli interessi che la legge intende tutelare in materia ambientale.
Il problema dello smaltimento dei rifiuti non può considerarsi risolto per il solo fatto, per così dire, che per gli stessi vengano trovati luoghi ove concentrarli, perché la questione non è di spostare i rifiuti da un luogo ad un altro, ma di smaltirli senza danno per l'ambiente.
Attualmente in Sicilia il ciclo dei rifiuti può, più realisticamente, essere definitivo un non ciclo, in quanto i rifiuti vengono conferiti in discarica e vi sono percentuali di raccolta differenziata bassissime in quasi tutti i comuni siciliani.

Tamponare, nell'emergenza, le problematiche relative alle discariche attraverso il regime in deroga ad oggi non ha avuto altro effetto che aggravare ulteriormente la situazione e la discarica di Bellolampo è in qualche modo ne è l'emblema.
In Sicilia il settore dei rifiuti si caratterizza perché esso stesso organizzato per delinquere.
È la più eclatante manifestazione della legge dell'illegalità, cioè l'illegalità si è fatta norma che permea negli aspetti più minuti e capillari qualsivoglia aspetto afferente al ciclo dei rifiuti.
Il sistema si pone come obiettivo non già lo smaltimento dei rifiuti, ma il «non smaltimento» dei rifiuti medesimi.
Il rifiuto, infatti, in questo paradossale sistema, è esso stesso la ricchezza e come tale va conservato e tutelato affinché non si disperda.
La vicenda relativa al percolato prodotto dalla discarica di Bellolampo è un esempio lampante di come il rifiuto (che in quel caso ha anche determinato una situazione di disastro ambientale) si trasformi in «ricchezza», e consenta di far conseguire illeciti profitti alla criminalità organizzata e non.
A questo punto appare talmente organizzato il disordine organizzativo da far nascere la fondata opinione che esso stesso sia intenzionalmente architettato al fine di funzionare come generale giustificazione per l'inefficienza di ciascuna articolazione della macchina burocratica, in modo che ciascun ufficio possa giustificare la propria inefficienza con la presunta inefficienza di un altro ufficio, e così via all'infinito, in una perversa spirale e comunque in modo da far perdere a chi eventualmente volesse capirci qualcosa il bandolo della matassa.
Il ciclo dei rifiuti in Sicilia è un esempio di «disfunzione organizzata».
Si tratta di un sistema che si fonda su una materia apparentemente assai dura, ma in realtà assai fragile, come l'argilla, e riesce a preservarsi nella misura in cui nessun serio meccanismo di tutela svolga la sua funzione.
Laddove fosse minimamente efficace un'attività programmatica di controlli preventivi, l'intero sistema crollerebbe.
Ebbene, il sistema in deroga non farebbe altro che ulteriormente legittimare lo stato attuale di cose, provocando ulteriori metastasi nel sistema.
Quali le soluzioni? In questo contesto l'estrema ratio della norma penale assolve alla sua funzione di prevenzione generale e speciale e di retribuzione del male compiuto.
Vanno, come evidenziato da diversi procuratori della Repubblica nel corso delle audizioni, potenziati gli strumenti di accertamento, sia nella fase preventiva, sia nella fase propriamente investigativa.
Solo in questo modo è possibile avviare tutte quelle attività di verifica che farebbero crollare, come un castello di sabbia, il sistema dell'illegalità che caratterizza il settore dei rifiuti nella regione.
La vicenda dei termovalorizzatori, poi, favorisce uno spaccato allucinante della situazione in Sicilia perché dimostra come la criminalità organizzata abbia una straordinaria capacità di avere contezza di quelli che sono gli affari e questo presuppone l'esistenza di un'area di contiguità estremamente estesa e consolidata che abbraccia interi settori delle professioni, della politica e della pubblica amministrazione.
Laddove la criminalità organizzata fosse riuscita effettivamente ad ottenere la gestione dei termovalorizzatori, tutte le varie fasi del ciclo dei rifiuti in Sicilia ne sarebbero state condizionate.
L'aspetto particolarmente allarmante della vicenda è che il settore dei rifiuti non è paragonabile ad altri settori dell'economia, nei quali pure la criminalità organizzata è riuscita ad infiltrarsi in Sicilia, in quanto si tratta di un settore che attiene al soddisfacimento di quelli che sono i bisogni primari dell'uomo, ossia la propria salute e la salvaguardia ambientale
La gestione da parte della criminalità organizzata dell'intero ciclo dei rifiuti in Sicilia, attraverso la realizzazione e la gestione dei termovalorizzatori, avrebbe avuto conseguenze disastrose non solo per l'economia del settore, ma soprattutto per la salute dei cittadini siciliani e per l'ambiente.
In questo senso certamente meritoria è stata la scelta del governo attuale della regione siciliana di presentare presso gli uffici della procura della Repubblica di Palermo un dossier nel quale sono stati evidenziati gli elementi di distorsione della procedura per l'aggiudicazione della gara concernente i termovalorizzatori sia sotto il profilo prettamente amministrativo che sotto il profilo delle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata (con conseguente nullità delle convenzioni stipulate dal commissario delegato).
La summenzionata denuncia ha consentito l'apertura dell'indagine presso la procura di Palermo, ove, fino a quel momento, non era stata aperto alcun procedimento penale in merito a questa vicenda. Si tratta di una circostanza, questa, che non deve meravigliare, non potendo l'autorità giudiziaria avviare indagini meramente esplorative e in assenza di una notizia di reato.Vanno altresì apprezzati alcuni recenti sforzi della regione di introdurre norme rigorose con la previsione di altrettante rigorose sanzioni in caso di mancata osservanza da parte dei destinatari.
Assolutamente inutile, anzi deleteria, appare allo stato la dichiarazione dello stato di emergenza nella regione siciliana nel settore dello smaltimento dei rifiuti e la nomina di un commissario delegato, come peraltro avvenuto in passato senza alcun risultato, se non quello di alimentare l'emergenza medesima, e quindi l'inefficienza nel settore.
La strada da seguire è allora quella della rigorosa applicazione delle norme, del potenziamento dei sistemi di controllo esterni ed interni, della formazione di polizia giudiziaria specializzata ed attrezzata per questo tipo di indagini, della applicazione delle sanzioni penali (le sole che hanno una efficacia specialpreventiva e generalpreventiva), della possibilità per l'autorità giudiziaria di utilizzare tutti gli strumenti investigativi che il codice di procedura penale prevede per la ricerca della prova.

A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE